PACS O NON PACS

 

PACS o non PACS? Sono sempre stato d’accordo sull’estensione di alcuni diritti civili e sociali ai "conviventi" fin da quando – più di 25 anni fa – il Pretore di Monza riconobbe al "convivente" more uxorio (c’era scritto così) deceduto il diritto di subentrare nel contratto di locazione. Ma l’estensione di alcuni diritti civili e sociali (eredità, abitazione, permessi per cure e assistenza, reversibilità della pensione, ecc. ecc.) a persone legate da vincoli affettivi (omo o eterosessuali poco importa) sono una cosa, l’unione civile è oggettivamente un’altra cosa. Quale differenza reale ci sarebbe tra il matrimonio previsto dalla Costituzione (e su cui si fonda "la famiglia" quale "società naturale fondata sul matrimonio") e l’unione civile, registrata all’anagrafe? La sola, peraltro importante, impossibilità di adottare? Ma visto che ormai si privilegia l’affidamento (che è consentita anche ai single) sull’adozione, nei fatti, quale differenza ci sarebbe? Nella Costituzione c’è un’ "architrave": l’ art. 2 che riconosce e garantisce i diritti fondamentali della persona umana "come singolo" e come componente "delle formazioni sociali" in cui la persona sviluppa la sua personalità; gli articoli seguenti, poi, individuano le principali formazioni sociali: gli enti locali, le comunità religiose, le organizzazioni sociali, la famiglia, vale a dire i cosiddetti "corpi intermedi tra cittadino e Stato". Mi si spiega quale è la differenza ci sarà tra la "famiglia" e l’ "unione civile" una volta che si fa rientrare quest’ultima tra le formazioni sociali? Mi dicono Prodi e la maggioranza, in cui pure mi riconosco, se è prevista, contestualmente all’introduzione della registrazione delle unioni civili una legislazione "premiale" per chi davanti allo Stato (e non davanti a Dio) prende l’impegno per una relazione duratura, la cui stabilità è anche utile allo Stato stesso e premiata dalla Costituzione? Se estendiamo i diritti no problem! mettiamoci solo d’accordo su quali! Se istituiamo il registro delle "Unioni civili" fateci capire in che cosa si differenzia la tutela della famiglia da quella dei PACS. Nel programma dell’Unione c’è l’estensione dei diritti, non l’istituzione di un nuovo modello di convivenza rispetto alla famiglia, "costituzionalmente" e non "religiosamente" intesa!

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Ho letto le esternazioni di Rondi e Pozzi. Non andiamo lontano con queste accuse alla classe politica locale. Dispiace che persone intelligenti e dalla storia cristallina non distinguano le bufale dalle opportunità. Quella del "peduncolo" era una bufala e purtroppo continuano a credere che fosse una verità che "i comunisti" hanno respinto. Anch’io ci ero cascato nel 2002, ma quando ho potuto andare a mettere il naso nelle carte, a Torino e a Roma, ho scoperto che….non c’era nulla! Non mi credete? Pensate che voglia calunniare qualcuno? Querelatemi! Non mi trincererò dietro all’insindacabilità dell’opinione di un parlamentare. Non c’era nulla di concreto! Soprattutto, caro Pozzi e caro Ermanno, non c’erano i soldi e non c’era il bando per indire la gara per la concessione della tratta! Quanto a Città Studi dove sta il problema? Faticosamente siamo arrivati a una revisione del corso di ingegneria e all’approvazione di Hi-Tex (anche per queste due cose non c’erano nè il progetto per l’una nè i soldi per l’altro). Su questo "i comunisti" che governano la Regione e la Provincia – mi dispiace – hanno raggiunto l’obbiettivo. Ma si sa quello che fanno "i comunisti" non conta………..
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Grazie Veronica! Anzi, scusi: grazie Signora Lario Berlusconi! Quello che ha scritto su "La Repubblica" di oggi è il più grande scritto antiberlusconiano, ma civile, moderato, pacato, intelligente che sia stato scritto dalla famosa "discesa in campo". Se oltre 25 anni di convivenza non hanno "plagiato" Lei, Signora Veronica, al punto di permetterle di scrivere tutto ciò, possiamo sperare che anche il popolo italiano prima o poi si redima del tutto. Speriamo solo che il "cattolicissimo" capo della destra non si appresti, in nome della tradizione, di Dio, della Patria e della Famiglia a fare…….un secondo divorzio……

 

 

Pensieri

 

Edoardo Sanguinetti, candidato Sindaco di Genova per conto della sinistra radicale, ha sostenuto che "i ragazzi di Tienammen nel 1989 avevano in testa solo la Coca-Cola"; che "L’odio di classe è rigeneratore" ed altre amenità del genere. Se le aggiungiamo a quelle quotidiane sulla TAV e sulle pensioni; su Hezbollah e Hamas; sul ritiro dall’Afghanistan o sulla base di Vicenza di Rizzo, Diliberto, Pecorario Scanio e "quant’altri" mi chiedo come non ci si possa chiedere nelle alte sfere del (futuro?) Partito Democratico quanto possa reggere una coalizione siffatta. Alternative? Basta guardare a Francia, Gran Bretagna, Germania. In forme diverse le "regole" sono tali che le ali estreme hanno il "diritto di tribuna", ma non quello di veto. Sarà così anche da noi un giorno? O solo il dirlo è pericoloso?
 
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Dopo Padre-Bush e figlio-Bush number one (W. George) avremo figlio-Bush numer two (Jeb)?
Non è che per caso c’è voglia di monarchia nella Grande America? In fondo anche Napoleone si incoronò "imperatore" dopo essere andato al vertice dello Stato secondo le regole repubblicane. E così pure Augusto nell’antica Roma e anche i Medici a Firenze (mutatis mutandis) andati alla guida del "Comune" lo trasformarono in "Signoria". A volte ritornano gli uomini come le loro debolezze. Il fatto è che Jeb Bush dopo gli altri due mi ricorderebbe solo la caricatura che di Napoleone ne faceva Renato Rascel (la ricordate?) nel suo varietà anni ’60. Il dramma è che in questo caso sarebbe vero e governerebbe la più grande nazione del mondo…….
 
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Regione, Provincia, Comune, Fondazione CRT e Compagnia San Paolo hanno stanziato 50 Mil. di Euro (quasi 100 miliardi di vecchie lire) per rifare il Museo Egizio a Torino. E’ troppo chiedere che tutti insieme – Comune, Provincia, Fondazione CRB – trovino 1 Mil. per completare l’allestimento del Museo del Territorio e favorirne il posizionamento tra le principali istituzioni culturali regionali?
 
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Ronzani e Valenti dicono no (per ora) al gruppo unico in Provincia e Comune tra DS e Margherita, nella comune prospettiva del gruppo unico. Stroscio, addirittura, contesta il progetto del PD (ma non era un dalemiano convinto?) e gli preferisce la "Federazione dell’Ulivo". Dicono che c’è il congresso (ed è vero); che bisogna discutere con la base (ed è ancora vero). Ma non sarà che è anche vero che i post-comunisti aspettano sempre il "giorno dopo" il via libera dei "Capi" e mai un giorno prima per decidere le grandi scelte? E se 13 anni fa avessimo aspettato noi i "Capi" del PPI prima di decidere che fare a Biella, loro avrebbero governato con noi questa Città per 13 anni?
 
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Ancora una volta a Biella si litiga per l’autostrada. Almeno una cosa Formica, presidente della To-MI, l’ha detta chiaramente sul fantomatico "peduncolo": c’era il progetto, ma non c’erano i soldi. Ma la fregatura sta proprio qua. I Sindaci – io per primo – diedero il consenso alla Provincia proprio perchè, con la Regione, ci disse che "era fatta", "che sarebbe partito entro un anno", ecc.ecc.. Una bufala gigantesca, mediaticamente però venduta benissimo! Non c’erano i soldi; non c’era l’accordo con Vercelli e non c’era (caro Formica…..) una norma che consentisse alla To-MI di fare l’opera senza partecipare a una gara per la concessione. In poche parole c’era solo un tracciato (o poco più) su un pezzo di carta e l’inserimento nelle procedure veloci della "Legge obiettivo" (ma senza soldi, quindi…..). Visto che è così perchè allora opporsi al ritorno della preferenza – come si sta facendo – su Santhià, che fino al 1998 era una scelta condivisa DA TUTTI, UIB in primis? E se non è possibile nè Carisio, nè Santhià perchè non riprendere l’idea – almeno! – di una radicale ristrutturazione della Trossi fino a Carisio? Quando si dice che "il meglio è nemico del bene"……

Chiamiamolo Bertoldo

 

IL COMMENTO
di Gianluca Susta (gennaio 2007)
CHIAMIAMOLO …..BERTOLDO!

A proposito di Consorzio dei Comuni
Non so se vi sia un virus letale che ha colpito la politica biellese ultimamente, ma sta emergendo veramente il peggio del nostro modo di essere. Dai rapporti personali a quelli istituzionali tutto appare come impazzito, finalizzato solo a distruggere, a umiliare, a frenare ogni possibile cambiamento in un godimento da "cupio dissolvi" che se non fosse vero sarebbe inimmaginabile.

 

Il Commento – gennaio 2006

 

 Nelle more del mio impegno – totalmente assorbente – in Regione ritorno momentaneamente alla mia, vera, unica, passione che è la politica.

In questa Italia, in questo sistema politico, in questo centro sinistra in cui non si capisce più il confine tra idealità e interesse di parte, interrogarci sulle prospettive future della politica, è la stessa cosa che parlare di politica con la “P” maiuscola.

Francesco Rutelli ha da alcuni mesi rilanciato con forza la prospettiva del partito democratico come la “nostra” prospettiva.

 

Il Commento – aprile 2006

 

Ho atteso un po’ prima di scrivere questo commento.
C’è qualcosa di impalpabile che mi sfugge e che faccio fatica a mettere a fuoco nel risultato elettorale, ma, anche sollecitato da qualcuno, quanto meno ci provo.
Innanzi tutto va detto che il centro sinistra ha vinto. Di poco, ma ha vinto.

 

GLOCAL ..PIU’ CHE LOCAL. A proposito di Biella e Biverbanca.

 

Dopo mesi, per non dire anni, in cui Biella si piange addosso su…tutto (non c’era bisogno che venisse Chiamparino a dirci di smetterla di farlo; modestamente l’ho detto più volte anch’io, anche quando ero Sindaco…) proprio non ci voleva anche la vicenda Biverbanca per continuare il piagnisteo sull’abbandono del territorio, sulla ennesima privazione di risorse, sulla "prova provata" della disattenzione di Stato, Regione, politici, uomini di finanza, bla, bla, bla……
Io sono contento, come italiano, che Banca Intesa e San Paolo di Torino abbiano dato vita alla quinta banca europea e sono convinto che un sistema finanziario forte, in grado di competere con i colossi bancari d’Europa o del mondo, sia un vantaggio per i consumatori e un indispensabile strumento anche per il nostro sistema produttivo che, soprattutto alla luce di "Basilea 2", deve, anche finanziariamente, rafforzarsi sempre più.
Sono anche convinto che la concorrenza sia un bene, quando è retta da regole e non dalla "legge della jungla" e che, quindi, occorra evitare che si creino oligopoli, improprie concentrazioni, posizioni dominanti. Su questo l’Europa vigila e, spesso, i "burocrati" di Bruxelles hanno dato sonore batoste ai baldi americani che pretendono liberismo nel mondo ma alzano barriere a casa loro.
E’ in questo quadro che va collocata la vicenda di Biverbanca, altrimenti o ci si abbandona all’ennesimo piagnisteo o si rischia di dare risposte sbagliate a un problema vero e si guarda al futuro con lenti del passato, soprattutto di un passato che non c’è più.
E’ così vero che Biverbanca sia ancora "diversa" e che in essa soffi ancora lo spirito di Mons. Losana? O, come dice l’Avv. Squillario, che Biver difende più di altre banche le ragioni del territorio e che, quindi, va salvaguardata nella sua autonomia e nella sua territorialità? E se è così vero, è giusto utilizzare il patrimonio della Fondazione della Cassa di Risparmio ("madre" di Biverbanca), accumulato a seguito della vendita parziale, ma maggioritaria, della "figlia", per mantenere questo baluardo economico-finanziario a difesa del nostro sistema produttivo e del risparmio delle nostre famiglie? E’ giusto che gli imprenditori biellesi mettano mano al portafoglio per acquistare da Banca Intesa/San Paolo la banca che fu fondata da Mons. Losana?
Io credo che le cose complesse non possano avere risposte semplici e che, quindi, non si possa rispondere sì a tutte queste domande, come molti hanno con faciloneria fatto nei giorni scorsi.
Io sono uno dei tantissimi biellesi clienti di Biverbanca, ma lo sono anche di altre banche e, sinceramente, tutta questa differenza tra la "nostra" e le altre "banche" non la vedo. Le banche sono banche e se la Biver negli ultimi anni ha finanziato operazioni "pubbliche" importanti (non certo a costo "zero") è perchè l’intreccio tra i suoi interessi e il suo radicamento è così forte che ciò che a prima vista sembra un rischio per essa è in realtà un forte strumento di pubblicità. Io – piccolo professionista, piccolo proprietario – sono cliente di Biver più per affezione che non per le buone condizioni, perchè queste me le praticano anche le altre banche di cui mi servo e sull’affezione mia, come di decine di migliaia di biellesi, ancora oggi Biver fonda la sua forza. Quanto alla maggior sensibilità verso il sistema produttivo, anche nei momenti di difficoltà, soprattutto negli ultimi anni, non può sfuggire a obiettivi analisti che ciò è vero, ma si è reso possibile anche perchè Biver è inserita in un grande gruppo che ha la forza di "incassare" le botte e, contemporaneamente, di rimettere con efficienza in circolo le risorse accumulate dal risparmio e da una corretta gestione con nuovi prodotti e a costi competitivi che solo le economie di scala dovute all’essere in un grande gruppo le consentono. Non è, quindi, "etica", "ideologica" o "culturale" (definitela come volete) la "diversità" di Biver, ma è strutturale, vale a dire che riesce ad arrivare dove altri non arrivano perchè è una banca "locale" che è inserita in un grande gruppo "globale" che, fino ad oggi, l’ha supportata nella sua azione sul territorio perchè fare così "rende", non perchè è "eticamente" giusto.
Da questa prima considerazione, doverosamente lunga, discendono le risposte alle altre domande.
Pare che la nuova "Superbanca", proprietaria del 55% di Biverbanca, non voglia vendere; pare che i "vertici" la ritengano strategica e che considerino la sua "territorialità" un importante atout per il perseguimento dei loro fini. Se è così dov’è il problema? Nella riduzione di qualche posto da dirigente o di qualche impiegato? Non credo e non perchè non veda l’aspetto umano e sociale del problema, ma perchè altre esperienze dimostrano che solo da un profondo rinnovamento dei quadri derivano nuove possibilità per giovani diplomati e laureati (e assai più motivati) di entrare nel mercato del lavoro; banche comprese
Dubito però che la nuova "superbanca" voglia davvero mantenere l’integrità di Biverbanca.
Intanto perchè la questione degli sportelli in esubero c’è e l’antitrust interverrà per costringere la "superbanca" a liberarsene e poi perchè "tra le righe" del detto/non detto dei "vertici" della "superbanca" si coglie una distonia tra le strategie annunciate e la permanenza di Biver in questo contesto.
La prima conclusione mia è, quindi, che è utile preservare l’autonomia di Biver, la sua territorialità, non solo necessariamente biellese, ma piemontese e valdostana (e sempre più!), promuovendo la sua uscita dal sistema "San Paolo/Intesa", ma….con ……alcuni ma…
Innanzi tutto non per lasciarla sola. Occorre fare di tutto perchè Biver sia venduta se non ci sono garanzie sulla sua autonomia nel nuovo supergruppo, ma solo se si riesce a fare un’operazione che la immetta in un nuovo network forte; da sola non andrebbe da nessuna parte e non avrebbe più la forza di vendere prodotti all’altezza delle necessità del nostro sistema economico e produttivo. Squillario ha ragione a perseguire tutte le strade per inserire Biverbanca in un altro supergruppo che abbia questa forza e tutti noi abbiamo il dovere di supportarlo (io personalmente poi l’ho supportato tante volte anche quando non condividevo quello che faceva, quindi…..).
Ma se "l’indagine di mercato" sui possibili, forti e autorevoli acquirenti non darà risultati, per favore non utilizziamo neanche un euro della Fondazione per riacquistare Biverbanca così com’è, perchè fuori da un grande network non ha alcun futuro, a meno che il disegno non sia quello di trasformarla in una banca di credito cooperativo, dallo spirito fortemente mutualistico, quasi nuovamente "etico", davvero orientata a servire non tanto un sistema industriale che si deve rilanciare e deve finanziariamente e patrimonialmente rafforzarsi, quanto le esigenze dei piccolissimi imprenditori, del popolo delle partite IVA, di quelli che vogliono "aprir bottega" ma non hanno garanzie, proprietà, fidejussioni da offrire. Un disegno "sociale" che guarda ai giovani precari, agli immigrati che stanno sostituendo i vecchi ambulanti e i pochi contadini di cui c’è ancora bisogno, alla famiglia che vuole migliorare la sua posizione e che non trova ascolto nelle banche normali, un popolo ricco di idee, di progetti, di "denti per mordere", ma privo di soldi e che non ha audience,nemmeno in Biver. Ma questo disegno non garantirà il mantenimento di tutti gli attuali sportelli, di tutti gli attuali posti di lavoro e, soprattutto, dei profitti che garantiscono alla Fondazione di aiutare il territorio biellese. Occorre evitare che l’operazione sia doppiamente perdente: non avere più, cioè, una banca inserita in un gruppo forte e non avere neanche più una Fondazione patrimonialmente forte. Se così fosse avremmo arrecato, in nome della sua difesa, il più grande disastro economico al territorio dai tempi del fallimento del Credito biellese (attenzione: la storia si ripete….)!
Per questo, a mio avviso, l’unica strada è quella di trovare un grande gruppo disponibile ad acquistare Biverbanca, magari mettendo sul piatto parte del pacchetto ancora in mano alla Fondazione CRB, ma non certo l’acquisizione sic et simpliciter dell’attuale Biverbanca sulla base del ……poi vedremo….
Semmai chiediamoci se, indipendentemente da Biverbanca, non sia il caso, coinvolgendo il terzo settore, di promuovere comunque una banca di credito cooperativo con le caratteristiche di cui sopra, per rendere efficiente la quale sono sufficienti pochi milioni di euro, ma assolutamente ben spesi perchè andrebbero incontro alle esigenze di un "popolo nuovo" che sta nascendo sulle ceneri del vecchio mondo.
Quanto agli imprenditori, evitiamo di fare sciocchezze!
Siccome sono stati, negli ultimi giorni, così prodighi di critiche nei confronti dei politici locali – che hanno incassato senza replicare come se fosse colpa loro se lo Stato non fa l’autostrada o non elettrifica le ferrovie – accettino qualche pungente osservazione.
La storia dell’imprenditoria biellese è una storia prevalentemente di successi e di dinamismo; su quei successi e sul quel dinamismo – ottenuti comunque anche grazie ai sacrifici dei lavoratori e alle ingiustizie dagli stessi subiti – si è costruita una delle province ancora oggi tra le più ricche dell’Italia.
Onore al merito, quindi, ma nulla è eterno! Neanche il merito! E neanche la considerazione di chi – come me – ha sempre cercato di tenere in debito conto le ragioni delle imprese; se vale per i politici, vale anche per gli imprenditori: la fiducia e l’attenzione, a maggior ragione nel mondo globale, sono – come diceva lo spot di "Carosello" – "una cosa seria che si dà alle cose serie…"!
E allora permettetemi qualche affondo.
Quanto avete investito per diversificare e non solo per delocalizzare (eppure l’accordo multifibre che si sapeva avrebbe creato qualche difficoltà al tessile, soprattutto di bassa qualità, è vecchio di oltre dieci anni)? Quanto avete messo quando la FILA, per citare un caso, di proprietà di un fondo chiuso americano, ha deciso di chiudere nonostante un brand forte e fatturati significativi? Quanti progetti avete realizzato nei settori nuovi, tecnologicamente avanzati, al pari di altri territori? E’ vero o non è vero che nella migliore delle ipotesi avete innovato nel tessile (e già questo è tantissimo e va a merito di chi l’ha fatto)? Ma col "fieno che avete in cascina" – magari in Biverbanca – non potevate e non potete investire nel nostro territorio, reindustrializzandolo nei settori innovativi invece che pensare di investire nelle banche? Siete artigiani tessili o siete imprenditori, vale a dire che sapete organizzare i fattori della produzione – capitale e lavoro – là dove il mercato chiede? Tessile o non tessile? E se invece di rincorrere Salza e Passera parlaste qualche volta con Marchionne non sarebbe più utile?
Scusate la franchezza, ma solo l’idea che i soldi dei capitalisti biellesi, fatti anche grazie al sudore della nostra gente, debbano servire per ricomprare una banca quando tutti sanno che in Italia c’è un eccesso di banche "ordinarie" mentre mancano i finanziatori delle "buone idee senza soldi" e nessuno o pochissimi, nel Biellese, investono in nuove, diverse, attività industriali (al contrario che in Europa o in America dove borse di studio, prestiti d’onore, finanziamento di attività di ricerca e tutoraggio nelle fabbriche, per citare alcuni esempi, sono all’ordine del giorno) mi indigna.
No, caro Rondi, non è giusto che Voi mettiate una sola lira in Biverbanca! Aiutate Squillario e c. a trovare un grande gruppo che la compri, ma se ciò non fosse possibile investite quel denaro per creare nuovo e produttivo lavoro, che recupererà anche quello che si perderà inevitabilmente in Biver e che sarà stato speso per evitare la desertificazione produttiva del nostro Biellese.
Gianluca Susta

Sempre a proposito di …PENSIERINI…

 

IL RIFORMISMO NON E’

  • Permettere di vendere i farmaci a tutti, ma semmai permettere a tutti i farmacisti di aprire una farmacia senza numeri "chiusi";
  • abolire gli atti notarili sulle compravendite delle auto, ma semmai abolire il numero chiuso dei notai;
  • lasciare vendere nei supermercati la benzina, ma semmai ridurre le accise e obbligare i petrolieri a diminuirne il prezzo quando cala quello del petrolio;
  • abolire le giunte municipali nei comuni piu’ piccoli ritornando al podesta’, ma non corrispondere semmai indennita’ a consiglieri e assessori nei comuni fino a 5000 abitanti;
  • liberalizzare i barbieri, ma semmai spezzare i grandi monopoli, pubblici e privati;
  • semplificare le aperture delle autoscuole, ma decidere sulla tav, sulla variante di valico, sull’elettrificazione delle linee ferroviarie dove non c’e’; ecc.ecc.ecc.

QUALE RIFORMISMO?

Sono sicuro che i cittadini vorrebbero un Paese:

  • in cui ci si preoccupa di dare un futuro ai giovani piuttosto che dell’età in cui dobbiamo andare in pensione noi genitori;
  • in cui si spende piu’ in ricerca che in sussidi di disoccupazione;
  • in cui i treni e gli aerei arrivino in orario;
  • in cui si facciano le infrastrutture necessarie allo sviluppo;
  • in cui i piani regolatori dei comuni vengano approvati in tre mesi e non in tre anni;
  • in cui si colpisca l’imprenditore o il professionista che evade, ma anche l’operaio che lavora in nero e si prende pure l’assegno di disoccupazione;
  • in cui si rimettono i comuni al centro del sistema istituzionale oggi penalizzati da una finanza pubblica che favorisce le incrostazioni del centralismo;
  • in cui si spezzano i monopoli pubblici (ENI,RAI, grandi municipalizzate) e si costringono quelli privati (mediaset, Telecom, ecc.) a reggere davvero le sfide del mercato e della concorrenza;
  • in cui si combatte sul serio, soprattutto al sud, l’intreccio tra criminalità e istituzioni perchè i cittadini non si vedano aggrediti, sommersi dai rifiuti, senza acqua nei rubinetti,con ospedali in cui si muore e senza pulizia nelle strade;
  • in cui gli immigrati si sentano a casa propria e siano messi in condizione di rispettare le regole comuni;
  • che torna a contare in europa e nel mondo; che non si sottrae al suo ruolo internazionale; che non fugge di fronte alle difficoltà; che è coerente con la sua scelta occidentale senza servilismi verso nessuno;
  • in cui si capisca che l’ambiente non è una risorsa infinita, da spremere come un limone e per la cui salvaguardia occorre investire coraggiosamente nelle fonti alternative e rinnovabili di approvigionamento energetico; sugli impianti negli edifici civili; sulle biomasse e sui biocarburi; sull’eolico e l’idroelettrico senza che nessuno possa impedire che lo si faccia "nel proprio giardino";
  • in cui le coalizioni siano omogenee e le alternative di governo chiare.

Potrei continuare.

Purtroppo quello che risulta in modo chiaro ai più è che per ora il riformismo che si vede…..non è riformismo…Sono "segnali" che si intende mandare all’opinione pubblica perché non si può o non si vuole fare di più. Siamo solo all’inizio, è vero! Ma senza scomodare i vecchi proverbi (del tipo: "il buongiorno si vede dal mattino") in politica più che mai….."tempus fugit…" e quello perso non si recupera più.

Pensiamoci. Tutti insieme.

Gianluca Susta

 

 

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