Dopo mesi, per non dire anni, in cui Biella si piange addosso su…tutto (non c’era bisogno che venisse Chiamparino a dirci di smetterla di farlo; modestamente l’ho detto più volte anch’io, anche quando ero Sindaco…) proprio non ci voleva anche la vicenda Biverbanca per continuare il piagnisteo sull’abbandono del territorio, sulla ennesima privazione di risorse, sulla "prova provata" della disattenzione di Stato, Regione, politici, uomini di finanza, bla, bla, bla……
Io sono contento, come italiano, che Banca Intesa e San Paolo di Torino abbiano dato vita alla quinta banca europea e sono convinto che un sistema finanziario forte, in grado di competere con i colossi bancari d’Europa o del mondo, sia un vantaggio per i consumatori e un indispensabile strumento anche per il nostro sistema produttivo che, soprattutto alla luce di "Basilea 2", deve, anche finanziariamente, rafforzarsi sempre più.
Sono anche convinto che la concorrenza sia un bene, quando è retta da regole e non dalla "legge della jungla" e che, quindi, occorra evitare che si creino oligopoli, improprie concentrazioni, posizioni dominanti. Su questo l’Europa vigila e, spesso, i "burocrati" di Bruxelles hanno dato sonore batoste ai baldi americani che pretendono liberismo nel mondo ma alzano barriere a casa loro.
E’ in questo quadro che va collocata la vicenda di Biverbanca, altrimenti o ci si abbandona all’ennesimo piagnisteo o si rischia di dare risposte sbagliate a un problema vero e si guarda al futuro con lenti del passato, soprattutto di un passato che non c’è più.
E’ così vero che Biverbanca sia ancora "diversa" e che in essa soffi ancora lo spirito di Mons. Losana? O, come dice l’Avv. Squillario, che Biver difende più di altre banche le ragioni del territorio e che, quindi, va salvaguardata nella sua autonomia e nella sua territorialità? E se è così vero, è giusto utilizzare il patrimonio della Fondazione della Cassa di Risparmio ("madre" di Biverbanca), accumulato a seguito della vendita parziale, ma maggioritaria, della "figlia", per mantenere questo baluardo economico-finanziario a difesa del nostro sistema produttivo e del risparmio delle nostre famiglie? E’ giusto che gli imprenditori biellesi mettano mano al portafoglio per acquistare da Banca Intesa/San Paolo la banca che fu fondata da Mons. Losana?
Io credo che le cose complesse non possano avere risposte semplici e che, quindi, non si possa rispondere sì a tutte queste domande, come molti hanno con faciloneria fatto nei giorni scorsi.
Io sono uno dei tantissimi biellesi clienti di Biverbanca, ma lo sono anche di altre banche e, sinceramente, tutta questa differenza tra la "nostra" e le altre "banche" non la vedo. Le banche sono banche e se la Biver negli ultimi anni ha finanziato operazioni "pubbliche" importanti (non certo a costo "zero") è perchè l’intreccio tra i suoi interessi e il suo radicamento è così forte che ciò che a prima vista sembra un rischio per essa è in realtà un forte strumento di pubblicità. Io – piccolo professionista, piccolo proprietario – sono cliente di Biver più per affezione che non per le buone condizioni, perchè queste me le praticano anche le altre banche di cui mi servo e sull’affezione mia, come di decine di migliaia di biellesi, ancora oggi Biver fonda la sua forza. Quanto alla maggior sensibilità verso il sistema produttivo, anche nei momenti di difficoltà, soprattutto negli ultimi anni, non può sfuggire a obiettivi analisti che ciò è vero, ma si è reso possibile anche perchè Biver è inserita in un grande gruppo che ha la forza di "incassare" le botte e, contemporaneamente, di rimettere con efficienza in circolo le risorse accumulate dal risparmio e da una corretta gestione con nuovi prodotti e a costi competitivi che solo le economie di scala dovute all’essere in un grande gruppo le consentono. Non è, quindi, "etica", "ideologica" o "culturale" (definitela come volete) la "diversità" di Biver, ma è strutturale, vale a dire che riesce ad arrivare dove altri non arrivano perchè è una banca "locale" che è inserita in un grande gruppo "globale" che, fino ad oggi, l’ha supportata nella sua azione sul territorio perchè fare così "rende", non perchè è "eticamente" giusto.
Da questa prima considerazione, doverosamente lunga, discendono le risposte alle altre domande.
Pare che la nuova "Superbanca", proprietaria del 55% di Biverbanca, non voglia vendere; pare che i "vertici" la ritengano strategica e che considerino la sua "territorialità" un importante atout per il perseguimento dei loro fini. Se è così dov’è il problema? Nella riduzione di qualche posto da dirigente o di qualche impiegato? Non credo e non perchè non veda l’aspetto umano e sociale del problema, ma perchè altre esperienze dimostrano che solo da un profondo rinnovamento dei quadri derivano nuove possibilità per giovani diplomati e laureati (e assai più motivati) di entrare nel mercato del lavoro; banche comprese
Dubito però che la nuova "superbanca" voglia davvero mantenere l’integrità di Biverbanca.
Intanto perchè la questione degli sportelli in esubero c’è e l’antitrust interverrà per costringere la "superbanca" a liberarsene e poi perchè "tra le righe" del detto/non detto dei "vertici" della "superbanca" si coglie una distonia tra le strategie annunciate e la permanenza di Biver in questo contesto.
La prima conclusione mia è, quindi, che è utile preservare l’autonomia di Biver, la sua territorialità, non solo necessariamente biellese, ma piemontese e valdostana (e sempre più!), promuovendo la sua uscita dal sistema "San Paolo/Intesa", ma….con ……alcuni ma…
Innanzi tutto non per lasciarla sola. Occorre fare di tutto perchè Biver sia venduta se non ci sono garanzie sulla sua autonomia nel nuovo supergruppo, ma solo se si riesce a fare un’operazione che la immetta in un nuovo network forte; da sola non andrebbe da nessuna parte e non avrebbe più la forza di vendere prodotti all’altezza delle necessità del nostro sistema economico e produttivo. Squillario ha ragione a perseguire tutte le strade per inserire Biverbanca in un altro supergruppo che abbia questa forza e tutti noi abbiamo il dovere di supportarlo (io personalmente poi l’ho supportato tante volte anche quando non condividevo quello che faceva, quindi…..).
Ma se "l’indagine di mercato" sui possibili, forti e autorevoli acquirenti non darà risultati, per favore non utilizziamo neanche un euro della Fondazione per riacquistare Biverbanca così com’è, perchè fuori da un grande network non ha alcun futuro, a meno che il disegno non sia quello di trasformarla in una banca di credito cooperativo, dallo spirito fortemente mutualistico, quasi nuovamente "etico", davvero orientata a servire non tanto un sistema industriale che si deve rilanciare e deve finanziariamente e patrimonialmente rafforzarsi, quanto le esigenze dei piccolissimi imprenditori, del popolo delle partite IVA, di quelli che vogliono "aprir bottega" ma non hanno garanzie, proprietà, fidejussioni da offrire. Un disegno "sociale" che guarda ai giovani precari, agli immigrati che stanno sostituendo i vecchi ambulanti e i pochi contadini di cui c’è ancora bisogno, alla famiglia che vuole migliorare la sua posizione e che non trova ascolto nelle banche normali, un popolo ricco di idee, di progetti, di "denti per mordere", ma privo di soldi e che non ha audience,nemmeno in Biver. Ma questo disegno non garantirà il mantenimento di tutti gli attuali sportelli, di tutti gli attuali posti di lavoro e, soprattutto, dei profitti che garantiscono alla Fondazione di aiutare il territorio biellese. Occorre evitare che l’operazione sia doppiamente perdente: non avere più, cioè, una banca inserita in un gruppo forte e non avere neanche più una Fondazione patrimonialmente forte. Se così fosse avremmo arrecato, in nome della sua difesa, il più grande disastro economico al territorio dai tempi del fallimento del Credito biellese (attenzione: la storia si ripete….)!
Per questo, a mio avviso, l’unica strada è quella di trovare un grande gruppo disponibile ad acquistare Biverbanca, magari mettendo sul piatto parte del pacchetto ancora in mano alla Fondazione CRB, ma non certo l’acquisizione sic et simpliciter dell’attuale Biverbanca sulla base del ……poi vedremo….
Semmai chiediamoci se, indipendentemente da Biverbanca, non sia il caso, coinvolgendo il terzo settore, di promuovere comunque una banca di credito cooperativo con le caratteristiche di cui sopra, per rendere efficiente la quale sono sufficienti pochi milioni di euro, ma assolutamente ben spesi perchè andrebbero incontro alle esigenze di un "popolo nuovo" che sta nascendo sulle ceneri del vecchio mondo.
Quanto agli imprenditori, evitiamo di fare sciocchezze!
Siccome sono stati, negli ultimi giorni, così prodighi di critiche nei confronti dei politici locali – che hanno incassato senza replicare come se fosse colpa loro se lo Stato non fa l’autostrada o non elettrifica le ferrovie – accettino qualche pungente osservazione.
La storia dell’imprenditoria biellese è una storia prevalentemente di successi e di dinamismo; su quei successi e sul quel dinamismo – ottenuti comunque anche grazie ai sacrifici dei lavoratori e alle ingiustizie dagli stessi subiti – si è costruita una delle province ancora oggi tra le più ricche dell’Italia.
Onore al merito, quindi, ma nulla è eterno! Neanche il merito! E neanche la considerazione di chi – come me – ha sempre cercato di tenere in debito conto le ragioni delle imprese; se vale per i politici, vale anche per gli imprenditori: la fiducia e l’attenzione, a maggior ragione nel mondo globale, sono – come diceva lo spot di "Carosello" – "una cosa seria che si dà alle cose serie…"!
E allora permettetemi qualche affondo.
Quanto avete investito per diversificare e non solo per delocalizzare (eppure l’accordo multifibre che si sapeva avrebbe creato qualche difficoltà al tessile, soprattutto di bassa qualità, è vecchio di oltre dieci anni)? Quanto avete messo quando la FILA, per citare un caso, di proprietà di un fondo chiuso americano, ha deciso di chiudere nonostante un brand forte e fatturati significativi? Quanti progetti avete realizzato nei settori nuovi, tecnologicamente avanzati, al pari di altri territori? E’ vero o non è vero che nella migliore delle ipotesi avete innovato nel tessile (e già questo è tantissimo e va a merito di chi l’ha fatto)? Ma col "fieno che avete in cascina" – magari in Biverbanca – non potevate e non potete investire nel nostro territorio, reindustrializzandolo nei settori innovativi invece che pensare di investire nelle banche? Siete artigiani tessili o siete imprenditori, vale a dire che sapete organizzare i fattori della produzione – capitale e lavoro – là dove il mercato chiede? Tessile o non tessile? E se invece di rincorrere Salza e Passera parlaste qualche volta con Marchionne non sarebbe più utile?
Scusate la franchezza, ma solo l’idea che i soldi dei capitalisti biellesi, fatti anche grazie al sudore della nostra gente, debbano servire per ricomprare una banca quando tutti sanno che in Italia c’è un eccesso di banche "ordinarie" mentre mancano i finanziatori delle "buone idee senza soldi" e nessuno o pochissimi, nel Biellese, investono in nuove, diverse, attività industriali (al contrario che in Europa o in America dove borse di studio, prestiti d’onore, finanziamento di attività di ricerca e tutoraggio nelle fabbriche, per citare alcuni esempi, sono all’ordine del giorno) mi indigna.
No, caro Rondi, non è giusto che Voi mettiate una sola lira in Biverbanca! Aiutate Squillario e c. a trovare un grande gruppo che la compri, ma se ciò non fosse possibile investite quel denaro per creare nuovo e produttivo lavoro, che recupererà anche quello che si perderà inevitabilmente in Biver e che sarà stato speso per evitare la desertificazione produttiva del nostro Biellese.
Gianluca Susta
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