Premetto che non citerò nessuno; se qualcuno riconoscerà qualcun altro in uno dei "pensieri" di questo articolo sarà una sua "libera interpretazione".
Invito anche a non drammatizzare il titolo: per chi è stato appena eletto a Coordinatore regionale della Margherita un’interpretazione troppo letterale farebbe intendere un’arteriosclerosi incipiente.
Premesso ciò non c’è dubbio che siamo entrati in una storia nuova, affascinante ma difficile perchè non è un congresso – anzi due congressi! – che cancellano le difficoltà, le forzature, le superficialità, le impreparazioni verso l’appuntamento con la storia, anche se, a consolarci, c’è proprio il fatto che, nella storia, spesso, i fattori scatenanti dei grandi eventi sono stati all’inizio deboli, traballanti, incerti.
Lavoreremo in questo anno per costruire il "partito nuovo", la "casa comune dei riformisti", il grande partito del riformismo del 21° secolo. Abbiamo archiviato la Margherita, ma abbiamo il dovere di lavorare perchè quello in cui crediamo non venga disperso nella "nuova casa". Questo è il senso del mio, del nostro impegno, a tutti i livelli in questo anno che viene.
Ma qualche riflessione sul passato, su questi sei anni, su come siamo arrivati all’appuntamento congressuale si impone.
Si percepiva al congresso della M. un’aria di scontato; nella M. non ci potevano essere le lacrime – perchè non si usciva da alcuna "storia" – ; non c’erano rimpianti – perchè oggettivamente non c’era nulla da rimpiangere, visto che eravamo nati nella convinzione che avremmo dovuto un giorno riunire tutti i riformismi superando noi stessi e, infine, diciamocelo: non avevamo "icone" che storcevano il naso rispetto a una scelta ovvia, scontata, che era nel DNA della M. fin dall’assemblea costituente.
Ma la "scontatezza" del congresso nascondeva anche altri aspetti che cercherò di evidenziare brevemente.
Ci credevamo in pochi 13/14 anni fa al progressivo convergere non solo in una coalizione di governo, ma anche in un vero e proprio partito, dei "rifomisti". Da Sindaco di Biella prima e da Vicepresidente dell’ANCI (in quota "popolare") poi persin su "IL POPOLO" scrissi qualche pezzo sulla necessità di creare la "casa comune dei riformisti" nello scetticismo dei più. Quando ripresentammo la Lista dell’ORSO nel ’99 (nata alla fine ’94 in previsione delle amministrative del ’95) l’allora segretario regionale del PPI mi disse: "dove andremo a finire con la lista dell’orso a Biella o la Margherita a Trento? Così facendo faremo la lista dell’uva ad Alba, del riso a Vercelli, ecc."…… Poco prima del congresso del PPI del gennaio 1997, un giovane emergente, da poco rientrato nel PPI e subito proiettato al vertice, mi disse: "il tuo è un progetto ambiguo; non possiamo sacrificare la nostra identità in un contenitore di più culture politiche". In quel congresso (1997) i popolari piemontesi non vollero che l’unico Sindaco di capoluogo di Provincia che avevamo in tutto il triangolo industriale, col partito al 2/3% a Torino e poco più nel resto del Piemonte (ma con la lista dei "Popolari e Democratici" al 20% a Biella), entrasse in Consiglio Nazionale; a Lorenzo Dellai (fondatore della Margherita trentina) – due anni dopo – "si dimenticarono" di mandare la delega al congresso di Rimini che solo per l’intervento del compianto On. Lavagnini (sottosegretario agli Interni) gli fu poi recapitata. Potrei continuare, ma mi fermo qui. Questi aneddoti mi sono serviti per dire che per qualcuno la Margherita non è stata l’ultima scialuppa di salvataggio dopo il naufragio delle europee del ’99; non è stata una tappa transeunte verso il tanto agognato incontro con le "sinistre" da certe minoranze cattoliche che il prevalere del comunismo nella sinistra italiana aveva impedito, ma lo strumento politico per dare vita a un progetto riformista, che dal meglio delle culture democratiche dell’Italia traesse l’ispirazione per gettarsi dietro le spalle l’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità organizzata che aveva messo in ginocchio il Paese; le conseguenze di un debito pubblico spaventoso; la indecente arretratezza del sud; l’assistenzialismo clientelare e rilanciasse l’Italia della creatività, della fantasia, della stretta sinergia tra la piccola e media impresa e il mondo del lavoro.
Per chi ci aveva creduto davvero la M. avrebbe dovuto lanciare una sfida vera ai DS sul terreno della socialità, della libertà e della modernizzazione del Paese; avrebbe dovuto quasi "svuotarli" dall’interno, farne esplodere le contraddizioni (quelle che oggi hanno portato Mussi e Angius fuori dal partito per intenderci) per carpirne il meglio e rigenerarlo, appunto, in un nuovo, più grande, "partito democratico".
La M. a essere tutto questo non ci ha neanche quasi provato e quando "qualcuno" al vertice ci ha provato….beh! …………..ricordiamoci le fasi precongressuali di Rimini e anche l’ultima.
La M. è andata avanti anni per "quote", per "cooptazioni", per autoreferenzialità, con un modo di "governarsi" in cui soprattutto la componente maggioritaria – i popolari – hanno continuato a comportarsi come se la M. fosse una federazione e non un partito (ma gli altri si sono adeguati senza problemi a questo andazzo), tanto meno "nuovo", eppure – nonostante tutto – ha rappresentato l’unica, vera, grande novità, sul fronte del centro sinistra, della politica italiana di questi anni. Purtroppo l’estenuante diatriba tra "laici" e "cattolici", tra "prodiani", "rutelliani" e "popolari", tra "dem dem" “neo dem” e "teodem" ne ha logorato il profilo politico e culturale.
L’elettorato se ne è accorto e l’ha tenuta al livello della somma dei "fondatori": più o meno al 10/11%.
Oggi, anche per uscire dalle loro crisi, che li hanno inchiodati a livelli elettorali non certo alti, DS e DL lanciano l’ambizioso progetto di unire i riformisti e ciò è bene , ma guai fingere di non vedere che gli uni non sono stati capaci di portare tutti all’incontro con la "socialdemocrazia" (anzi! se tanto mi dà tanto metà del vecchio PCI non si è "convertito" visto che tra Mussi, Rifondazione e PdCI sono circa al 12%) e senza che gli altri si siano davvero sforzati di costruire – prima di fondersi con un partito comunque fortemente strutturato – un moderno partito, radicato nel territorio e aperto nella sua organizzazione; "liberal" nella sua cultura politica e in cui liberaldemocratici, cristiano-democratici e ambientalisti costituissero l’architrave, l’avanguardia, del "riformismo del futuro"; un partito "attrezzato", quindi, sul piano della cultura riformista e della stessa organizzazione, all’incontro con i DS.
Oggettivamente la Margherita non è questo, anche se nei congressi non bisogna dirlo e forse ho fatto male a dirlo.
Ma tant’è! Chi ha detto a Bodrato, Marini, Castagnetti e c. quasi dieci anni fa, che non c’era futuro per il PPI e che io non avrei consegnato la mia Citttà e la mia Provincia alla destra solo per difendere l’icona del PPI a Biella (badate bene: non gli ideali del popolarismo!) non si spaventa certo di fare il “pierino la peste” all’ultimo congresso della Margherita.
Torno all’inizio.
Non mi stupisce che nella platea del nostro congresso non ci fossero rimpianti; non ci fossero lacrime: bisognava chiuderla in fretta questa partita. Mussi e Fassino sono due fratelli che si dividono; per questo le loro lacrime sono sincere e le loro scelte nobili e vere entrambe.Quali emozioni volete che provino Enzo Bianco o Franceschini; Letta e Rutelli; Pistelli e la Magistrelli nel chiudere la Margherita? Per molti "laici", "popolari", "rutelliani" o quant’altro M. o PD non c’è differenza; se non c’è storia comune vera, sentita, condivisa, non c’è dolore, nè gioia nè memoria.
E forse oggi questo è un bene perchè ciascuno va nel cantiere del PD senza “case” e “casacche”, salvo che qualcuno (i popolari) le vogliano subito ricostruire, nel qual caso si candidano a essere la perenne minoranza del nuovo partito.
Nessun rimpianto, quindi, e nessun paracadute.
Resta il grande problema di costruire lo strumento politico perchè i valori di libertà e di giustizia sociale si facciano sentire nel 21° secolo in Italia e in Europa e che a mio avviso sarebbe stato molto più forte se il progetto della M. si fosse davvero realizzato e se i DS non avessero ancora una volta dovuto rincorrere la storia e l’avessrrto, invece – per una volta – anticipata.
E’ per questo che io, tra i pochi che abbiano creduto davvero nella Margherita, senza nascondermi tutti gli errori e le pochezze di questi sei anni, penso che ci si debba ancora spendere per questo ultimo tentativo di costruire la "casa comune di tutti i riformisti".
Gianluca Susta