55° anniversario della morte di Alcide De Gasperi
Pubblicato il 19 agosto 2008 | Nessun commento »
A parte qualche rituale celebrazione, il 55° della morte di De Gasperi non sta suscitando grande interesse. Non so se ciò sia inevitabile, ma è così! Personalmente sento, invece, il bisogno di “celebrare questa triste ricorrenza, con un senso di immutata riconoscenza e di sincera condivisione. Guai a tentare di “usare” la sua figura “per la nostra” parte; guai a dimenticare la sua lezione. Un PD che a troppi sembra essere (non ultima l’ha ricordato Rosy Bindi, con una sincera, quanto tardiva, ammissione) la quarta fase dell’evoluzione della sinistra italiana (PCI-PdS-DS-PD), senza per questo voler essere la quarta fase della storia del cattolicesimo democratico (DC-PPI-Margherita-PD), non può non ricordare chi ha (ri)fondato la democrazia italiana; ha favorito l’immissione delle masse cattoliche fino ad allora escluse nel processo civile di trasformazione del Paese; ha avviato la ricostruzione morale, civile ed economica dell’Italia; ha gettato le premesse del boom economico; ha ridato la terra ai contadini, la casa agli operai, la dignità ai ceti popolari; ha avviato la costruzione dell’Europa unita e ha sconfitto il comunismo alleandosi agli USA senza subalternità e senza dimenticare le “attese” dei Paesi in via di sviluppo.
Una figura unica, che stenta nella storiografia ufficiale a essere indicato come il più “grande” dal 1861 in poi solo perché la matrice “risorgimentale” o “marxista” della cultura dominante fa fatica a riconoscere a un cattolico, per di più “austroungarico”, la palma del “migliore”. Ma tale è! Solo Giolitti potrebbe competere in questa “classifica”, ma al contrario del nostro conterraneo di Dronero (CN), pur grande protagonista nel tentativo di rispondere all’accusa di “Risorgimento tradito” che i democratici del tempo mossero all’assetto post.unitario, a De Gasperi non possono essere attribuite ambiguità (col fascismo), contraddizioni (nei rapporti con i socialisti), compromessi col potere (come con Mussolini) e col mondo economico (vedi il crac della Banca Romana di fine ‘800 che videro l’uomo di Dronero abbastanza infognato).
Antifascista perché democratico e, quindi, anticomunista; cattolico, democratico, liberale e riformista nei fatti (la riforma agraria degli anni ’50 è culturalmente la più avanzata riforma sociale fatta in Italia e che sarebbe paragonabile solo all’abbattimento dell’oligopolio nell’informazione che rappresenta l’equivalente del latifondismo nell’era tecnologica); europeista; credente fino al sacrificio, ma orgogliosamente laico nell’agire e nel rivendicare la personale responsabilità dei credenti impegnati in politica senza coinvolgimenti della Chiesa; intransigentemente impegnato nel difendere l’opzione democratica dei cattolici impegnati in politica contro ogni tentazione nei confronti delle “sante alleanze” anticomuniste vagheggiate da ampi settori della Chiesa italiana; padre e marito splendido, anche nell’assecondare la vocazione religiosa di una figlia.
Questo è De Gasperi. Un uomo; uno sposo; un padre; un politico. Semplicemente un uomo di fede; un cristiano impegnato; uno che concepì la politica così come un suo grande amico – figlio di un suo collega deputato del PPI, Giovanni Battista Montini, futuro Palo VI – la definì nello stupore dei più (anche cattolici, quelli che guardano con sospetto chi fa politica, ma poi sono sempre tra i primi a criticare chi “si sporca le mani” col mondo): la più alta forma di carità.
Nessuno usi De Gasperi per fini di parte! Ma guai a noi Democratici se ne dimentichiamo la lezione. Non mi piace l’idea di fare l’elenco dei “penati” del PD. Certo non ci inserirei Togliatti, troppo compromesso con Stalin e con il movimento comunista internazionale ancorché meritevole di aver favorito, con la svolta di Salerno, l’accettazione delle regole “democratiche” appena abbozzate e di aver evitato guerre civili e religiose dopo il ’48 (nonostante Secchia e c.); spero di non essere scomunicato se dico che non ci inserirei neanche Berlinguer (che ancora nel 1975 definiva l’Unione Sovietica un “paese socialista con dei tratti illiberali” quando invece era, semmai, un “paese illiberale con dei tratti socialisti”), la cui intransigente ed encomiabile battaglia sulla questione morale non può essere elevata a programma politico (perché tutti – dico tutti! – dovrebbero essere mossi da un forte senso morale, a destra come a sinistra), e che impedì la già allora necessaria trasformazione del PCI in una forza “socialdemocratica” vagheggiando forme di “vie nazionali al socialismo” in linea con l’ambiguità togliattiana ma non con la sinistra democratica europea di Brandt e Mitterand.
Ma De Gasperi sì, lo inserirei tra “i penati” del PD, perché la democrazia europea, non solo quella italiana, in tutte le sue varianti – social-liberal-cristiano democratiche che siano – non è andata “oltre” la lezione degasperiana di equilibrio tra socialità e libertà civili, economiche e politiche che Egli incarnò in quegli otto anni in cui cambiò l’Italia e la inserì tra le grandi Nazioni dell’Occidente.
All’uomo di Sella Valsugana l’Italia democratica deve una riconoscenza particolare: quella che si deve a chi ha dato tutto senza ricevere nulla, se non la stima che il senso del dovere esercitato con una abnegazione e una fede cristiana praticata al limite della santità gli hanno meritato e che quella folla, semplice e immensa, attonita in tutte le stazioni piccole e grandi che il treno toccava, che accompagnò il feretro dal natio borgo trentino fino a Roma, a San Lorenzo fuori le mura, gli tributò, a milioni, in religioso silenzio come si deve a chi si ama e che non ha bisogno delle parole per sentirselo dire. Quelli come me De Gasperi non lo hanno conosciuto. E’ un peccato di cui non siamo colpevoli, essendo nati dopo la sua morte.
Ma a Lui siamo riconoscenti, come a tutta una generazione che si chiamava Saragat, Nenni, La Malfa, Einaudi, Rossi, Antonicelli, Parri, Croce, Terracini e tanti altri che maturati e cresciuti prima del Fascismo ci hanno saputo consegnare la libertà e la democrazia, il regalo più grande che una generazione possa lasciare in eredità a un’altra.
Gianluca Susta



