Intervento sulla crisi del settore automobilistico
Pubblicato il 19 novembre 2008 | Nessun commento »
Signor Presidente, signori Colleghi,
la crisi dell’auto precede la crisi finanziaria e non è, se non in parte, dovuta ad essa. La crisi finanziaria però ci ha insegnato che solo il rilancio dell’economia reale permetterà un circolo virtuoso tra produzione, consumi e redistribuzione del reddito. Questo impone di rilanciare l’industria manifatturiera, rafforzando i settori tradizionali – l’auto è uno di questi – riorientandoli verso l’innovazione e la sostenibilità. Così ha deciso di fare la nuova America di Obama, così deve fare la vecchia Europa che ha dimostrato ancora una volta che la “cultura delle regole” contro la deregulation selvaggia è più giusta e più equa.
Se la risposta alla deregulation selvaggia è più protezionismo e più aiuti alle imprese da parte dello Stato, come ha detto Obama, bene l’Unione Europea deve – unitariamente! – rilanciare l’industria dell’auto agendo su tre fronti. Il primo è l’incentivo alla sostituzione delle auto obsolete, non più compatibili con le nuove aspettative in campo ambientale. La “rottamazione” non può essere oggi affare dei singoli Stati; occorre un quadro di armonizzazione europea. Il secondo è il riorientamento dell’industria automobilistica e del mercato, anche con campagne di informazione, verso auto meno inquinanti, di bassa e media cilindrata, compatibili con lo spirito dei provvedimenti sulle emissioni di CO2 auto in discussione. Parallelamente occorre, anche in deroga ai parametri di Maastricht, favorire gli investimenti in ricerca e innovazione verso una mobilità privata più sostenibile (motori ibridi, biocarburi di ultima generazione, auto a idrogeno e relativa rete distributiva) e per il potenziamento delle reti infrastrutturali pubbliche. Occorre, altresì, rinegoziare a livello di WTO i rapporti con Paesi sviluppati come il Giappone o che non possono più essere considerati in via di sviluppo come la Corea del Sud, l’India, la Cina stessa e con le loro barriere tariffarie.
Tutto ciò non può certo essere considerato neoprotezionismo o violazione delle regole della concorrenza; molto più semplicemente e pragmaticamente occorre prendere atto che lo sforzo dell’UE per una vera apertura dei mercati del mondo sconta, soprattutto verso gli USA, una diffusa cultura – questa sì! – neoprotezionista a cui la più grande economia del mondo non può rispondere giocando una partita diversa. Sullo sfondo delle conclusioni del G20 che auspicano una chiusura a breve dei negoziati di Doha c’è anche spazio per superare barriere che noi non abbiamo voluto ma con cui, realisticamente, occorre fare i conti.
Gianluca Susta, 19 novembre, 2008



