Coerentemente Legati al Progetto del PD
Pubblicato il 12 gennaio 2009 | Nessun commento »
Nei giorni scorsi mi è venuta la tentazione (più volte!) di scrivere una lettera aperta a Parisi, Rutelli e Letta. Da “quel che appare”, con motivazioni e obiettivi diversi, tutti e tre – stando a quel che scrivono anche autorevoli giornali – stanno mettendo in discussione la capacità di “questo” PD di incarnare il progetto per cui ci siamo battuti in questi anni.
Tralascio, con grande amarezza peraltro (se non altro perchè “c’ho creduto davvero”), ogni considerazione (ormai superflua!) su “come” il PD è stato attuato, sul metodo oligarchico che lo dirige e su una concezione della politica in virtù della quale è sufficiente avere un microfono in mano e una telecamera davanti perchè “politica sia fatta” e mi soffermerei sulla sostanza.
Ai predetti amici, di cui fino in fondo ho condiviso le scelte e, nel mio piccolo (che poi così piccolo non è….) responsabilità, vorrei porre alcune domande e suggerire alcune riflessioni che potranno sembrare ovvie, ma che tali al nostro “popolo”, sempre più confuso, non sembreranno.
Iniziamo da Parisi.
Da un anno, anzi -che dico? – da prima delle primarie, Arturo non fa che contrapporre Ulivo e PD, senza rispondere al merito delle questioni e dando la sensazione che il rancore per l’accelerazione della caduta di Prodi (da Lui ascritta a Veltroni e non, com’è in realtà, alla debolezza del Governo e alla presunzione sua – di Parisi intendo dire – di non aver capito che in Italia non si può governare con un solo voto di maggioranza al Senato) venga prima di ogni altra cosa, anche delle regole minimali richieste da una comune appartenenza politica. “Questo” PD può non piacere; possiamo anche concordare con le questioni di metodo poste da Parisi (le regole; il processo decisionale, il funzionamento degli organi, ecc.), ma qual è la proposta di Parisi? L’Ulivo? Ma quale Ulivo? Quello “coalizionista” e dell’alleanza “tecnica” con il PRC del ’96; quello “affievolito” e, fondamentalmente “autosufficiente”, del 2001 (senza PRC, D’Antoni e Di Pietro) o quello “unionista” e dell’alleanza politica con la sinistra radicale del 2006? E quale modello istituzionale-elettorale prefigura il “Professore” e di cui il PD possa rappresentare l’architrave? Pur con tutte le riserve che posso avere sulla gestione della segreteria Veltroni ritengo che la rottura con la sinistra radicale, colpevole della scarsa incisività del Governo Prodi, e la conseguente scelta – chiaramente riformista, bipolare, “maggioritaria” – di Veltroni rappresentino ancora il “capitale” da far fruttare in questa difficile fase di opposizione e l’unico vero strumento – ma solo se interpretato in senso pieno, quasi “radicale” oserei dire! – per costruire un’alternativa “politica” e non “numerica” (come fu, invece, l’Unione) alla destra italiana. E allora? Torno alla domanda iniziale: Parisi vuole riproporre l’Unione, seppur in forme diverse, con tutto quel che ne consegue anche in termini di difficoltà di spostare fette di elettorato non di sinistra verso le nostre posizioni, oppure, semplicemente, cerca di organizzare una sorta di CLN “antiveltroni” per sostituire il Segretario, (tentare di) ripristinare una maggiore democrazia interna, per poi fare….di fatto…….la stessa politica riformista, innovatrice, bipolare, antiproporzionalista e anti”centrista” di Veltroni?
Se è così la questione mi pare poco convincente. In sintesi, la posizione di Parisi mi pare solo la rancorosa reazione di chi confonde il fine con il mezzo o, peggio, di chi crede che il fine sia raggiungibile solo con un processo guidato da sè medesimo quando, invece, “il medesimo” dovrebbe chiedersi se la fretta con cui Lui – e quelli come Lui! – hanno “imposto” la realizzazione del progetto non sia alla base della difficoltà con cui il “progetto” stesso – indipendentemente da chi ne è alla guida per scelta democratica – si sta misurando.
E vengo agli altri due destinatari di una mia ipotetica lettera aperta”: Rutelli e Letta.
Guai se dei dirigenti politici, per lo più non provenienti dalla storia della sinistra italiana, non si ponessero il problema – che è gigantesco per l’opposizione di centrosinistra – di come rappresentare e tutelare nel PD i valori e i postulati ideali della tradizione popolare, liberaldemocratica e laico – riformista. Non sono un big e, quindi, non ho la pretesa di essere letto da “chi conta”, ma, nel mio piccolo, da un anno (sul mio sito dovrebbe esserci ancora il commento alle elezioni dell’aprile scorso) vado dicendo che circa il 40% dell’elettorato della ex Margherita, soprattutto al Nord, ha lasciato il PD e che questo fatto, oltre a rappresentare un problema per la “natura” del PD, è anche un problema per costruire l’alternativa a Berlusconi e soci (beneficiari diretti, in buona parte, dell’esodo), visto che la “sinistra” da oltre 15 anni non supera il 30/35%%.
Da un anno a questa parte, invece di incidere sul modo di essere del PD, anche con progetti di lungo e medio termine (come farebbe in Europa ogni partito che perde le elezioni), abbiamo messo in discussione il progetto del Lingotto e la scelta elettorale, nel tentativo di arrivare ad una rivincita immediata, ripiegando su posizioni ambigue, a volte tendenti a rincorrere il girotondismo giustizialista Di Pietro, altre la solitudine veterosindacale della CGIL, altre ancora quel che rimane della sinistra radicale, favorendo così, con motivazioni diverse, la “dispersione” dell’elettorato della ex Margherita. A questa “diaspora” non dichiarata si è risposto….come si può….Qualcuno ha lanciato il “partito del nord”; altri in vista delle amministrative hanno rispolverato le liste civiche a sostegno di candidati sindaci e presidenti di provincia, altri ancora hanno lanciato, come panacea di tutti mali, le alleanze con l’UDC in alternativa (e, a volte, insieme) alla sinistra radicale; il tutto per dare “una casa” agli elettori moderati del centro sinistra. Conclusione: a questa variegata “galassia” è stato affidato il “compito” di rappresentanza sociale ed elettorale che era della Margherita, si è rimesso il trattino al centro sinistra e il PD, sostanzialmente, si è ridotto a rappresentare i DS, un pezzo della sinistra radicale e girotondina e quel poco che resta del ceto politico (ma ben poco dell’elettorato) della ex Margherita.
Chapeaux, direbbero i francesi!
Se l’analisi, però, magari depurata da qualche inevitabile forzatura, è fondata, non scontata deve e può essere la risposta!
Chi, ben convinto della propria identità culturale e politica, si assume il compito di condividere la leadership di un grande partito o aspira a guidarne le sorti non può farsi trascinare per giorni e settimane nel gossip o abbandonarsi agli “sfogatoi” da “transatlantico” senza adeguate reazioni e senza credibili risposte, come è avvenuto ultimamente a Letta e Rutelli. L’amicizia e la comune provenienza politica ed ideale che mi lega ad Enrico e l’amicizia unita alla condivisione di tanti passaggi politici dal 2001 a oggi con Francesco mi esimono dal dover fornire prove di lealtà verso entrambi a giustificazione di quanto vado dicendo.
Personalmente non voglio rimettere il “trattino” al centro sinistra in un “dejà vu” che dovrebbe affidare a un PD sempre di più rassomigliante alla “Cosa 4″ il compito che fu dei DS di rappresentare il socialismo europeo in Italia e che “inventa”, sulle ceneri della Margherita, un “nuovo centro”, a Roma come in periferia, da alleare alla sinistra riformista, secondo il classico modello dalemian-mariniano.
No! Non può essere così!
Lungi da me l’idea di non perseguire, in periferia come a Roma, alleanze con l’UDC o con liste e/o movimenti “locali” neocentristi, ma l’opzione da perseguire fino in fondo, senza irresponsabili ambiguità, non può che essere quella di coltivare nel PD il seme del partito riformista, plurale, postideologico e post900, europeista e multilaterale, bipolare e maggioritario, liberale e solidarista, laico e attento alla rilevanza pubblica del sentimento religioso, quel “partito”, in buona sostanza, che è stato delineato al Lingotto e che era alla base delle decisioni congressuali di DS e Margherita che diedero vita al PD. Oggi è più che mai il tempo di dire “Sì, sì e no no!” senza dimenticare che il Vangelo prosegue dicendo: “…il resto vien dalla menzogna…”!
Non si tratta certo di mettere la sordina al dibattito, nè di respingere senza motivazioni le profferte di Casini nè di negare il rischio che il PD diventi nient’altro che la “quarta fase” della storia PCI-Pds-DS.
Tocca però anche a noi, in un serrato confronto dentro al PD dimostrare che la scelta fatta poco meno di due anni fa è ancora la “nostra” scelta, senza “se” e senza “ma” e a questo impegno restare coerentemente legati, fino in fondo!
Gianluca Susta, 12 gennaio 2009



