Quale Europa per i nostri figli…

Poco più di trent’anni fa, intervenendo ad un convegno sulle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, mi dichiarai certo che quell’appuntamento avrebbe “spianato” la strada alla realizzazione del sogno degli “Stati Uniti d’Europa”. Ovviamente quel sogno è ancora lontano dal realizzarsi, eppure la storia recente dell’Europa, anche nei suoi passaggi più complicati e nei suoi continui “stop and go”, è tutta chiaramente orientata verso questo fine.

La legislatura europea che si chiude ha vissuto tre momenti di grande entusiasmo e due di profonda delusione. Il momento di entusiasmo (peraltro non condiviso da tutta l’opinione pubblica europea) è stato il progressivo allargamento dell’UE alle più grandi nazioni dell’Europa orientale, un’operazione fortemente voluta da Prodi, forse affrettata, ma sicuramente di portata epocale, che ha consentito a delle giovani democrazie di accelerare la loro uscita dalla storia del totalitarismo comunista, di diffondere e consolidare i diritti civili e politici e di poter contare su risorse e solidarietà tali da sostenerne lo sviluppo. L’altro momento di grande entusiasmo è stata la “convenzione” che ha redatto la “Costituzione” europea, sottoscritta dai rappresentanti di tutti gli Stati membri. Un passo determinante verso il “sogno” della “Confederazione degli Stati Uniti d’Europa” (senza mai citarli, ovviamente), ratificata da 18 Paesi, ma bloccata dai referendum olandese e francese in un particolare momento di crisi economica e di tensioni sociali che hanno influito sull’esito della consultazione popolare. Il terzo momento, se non di entusiasmo certamente di ottimismo, è stato l’accordo sul Trattato di Lisbona, che ha ripreso gli aspetti più significativi della “Costituzione” (personalità giuridica dell’UE, completamento dei poteri del Parlamento, presidenza “politica” dell’UE e non più a rotazione, avvio della politica estera comune, rapporto fiduciario Commissione-Parlamento…) e che però è stato fermato anch’esso dal referendum irlandese (un nuovo referendum è previsto per la fine dell’anno) e, per ora, dalla mancata ratifica da parte del Senato Ceco.

Eppure, nonostante questi “stop and go”, nel tempo l’Europa ha acquisito una centralità sempre maggiore e ormai le legislazioni nazionali in campo economico, monetario, ambientale, agricolo, commerciale, energetico, della ricerca dipendono sempre di più dall’attività legislativa del Parlamento e del Consiglio (dei Ministri) Europeo così come la stessa legislazione sociale (istruzione, assistenza, sanità) viene sempre di più influenzata dalle direttive e dai regolamenti europei.


Per usare le parole di Marco Pannella, il nostro compito, fin dalla prossima legislatura, è costruire la “Patria europea” piuttosto che “l’Europa delle Patrie”. La globalizzazione, l’immigrazione, l’integrazione un po’ frettolosa (anche se, ripeto, straordinariamente significativa) hanno favorito nuove spinte nazionaliste che sono alla base delle delusioni prima ricordate. Di fronte alle sfide di un mondo nuovo, percorso dalla più grande crisi economico-finanziaria che la storia moderna abbia conosciuto, una reazione di “chiusura”, di ripiegamento su stessi è comprensibile, ma politicamente pericolosissima. Proprio le recenti vicende e la capacità di reazione dimostrata, ad esempio, dagli Stati dell’eurozona rispetto a quelli al di fuori della moneta unica (Gran Bretagna in testa), sta a provare che abbiamo bisogno di “più Europa”, del rafforzamento “politico” delle sue istituzioni, anche come passo essenziale (com’era nella visione dei De Gasperi, degli Shumann, Adenauer e Spaak) verso una governance mondiale di cui oggi, sulle grandi questioni (pace/guerra, accesso a farmaci, alimenti, tecnologia, sicurezza nucleare…) si sente la mancanza. Questa “Patria europea”, che dovrà completare il suo assetto inglobando i Paesi dei Balcani ancora esclusi e che dovrà affrontare con prudente capacità di visione la questione Turca (personalmente non sono d’accordo a un ingresso della Turchia nell’UE nel medio periodo, prima del consolidamento “politico” dell’UE a 27), richiede un’attenzione dell’opinione pubblica ben maggiore di quella finora riservata (anche dai media italiani) alle vicende europee.

In questo quadro si inserisce il ruolo che noi dobbiamo e possiamo, come Democratici italiani, “giocare” nel prossimo Parlamento Europeo. Le culture politiche dell’Ottocento e del Novecento – e le organizzazioni politiche che ne sono discese – segnano ancora gli assetti del Parlamento Europeo e, con essi, anche i rapporti politici al suo interno, con l’inevitabile dose di pregiudizi, sospetti, lacerazioni. In 10 anni abbiamo assistito al progressivo avanzare del centrodestra (e con esso dell’ “euroscetticismo”) che ha conquistato la guida di 24 Paesi su 27 mentre in Gran Bretagna e Spagna i sondaggi sono tutt’altro che unanimi nel confermare la guida laburista e socialista. Anche in paesi dove sarebbe più facile realizzare la convergenza tra socialisti/laburisti (visti i protagonisti e la loro cultura politica) e il centro riformista (come la stessa Gran Bretagna e la Francia) è impensabile oggi dare vita a un’esperienza simile a quella che noi abbiamo concepito con la creazione del PD.

Eppure senza questo storico incontro tra i riformisti delle diverse “famiglie”, il “sogno” di realizzare la “Patria europea” invece che “l’Europa delle Patrie”, rischia di naufragare. Alla più grande famiglia riformista europea – quella socialista – con cui noi, Democratici italiani, daremo vita, stanti anche i regolamenti parlamentari di Strasburgo, a un nuovo, unitario, gruppo parlamentare nella futura assemblea parlamentare europea, incombe l’onere maggiore di capire che il riformismo non si esaurisce nella tradizione socialdemocratica e che il considerare esaurito lo sforzo per costruire la “casa comune dei riformisti” nella modifica del nome del gruppo parlamentare sarebbe un errore che ci condannerebbe all’opposizione in quasi tutti i Paesi europei (Italia in primis) per molti anni, senza considerare gli effetti sulla legislazione prodotta a Bruxelles. Già oggi, con pazienza e avendo chiari i “fini” più che i “mezzi”, non possiamo non vedere che nel Parlamento Europeo oltre ai 200 socialisti, vi sono almeno 70 liberaldemocratici su 100 e oltre 50 Verdi che vanno considerati come “riformisti” e che hanno sensibilità e valori molti vicini al “brodo di coltura” del PD, forze politiche e persone con le quali andranno create concrete occasioni non solo di confronto culturale, ma di vero e proprio lavoro comune, legislativo e politico, per superare gli attuali, logori, assetti e per costruire appunto, anche in Europa, la “casa comune dei riformisti”. Una casa comune in cui anche quelli che non provengono dalla storia della Sinistra e del socialismo europeo – come il sottoscritto – che rivendica con orgoglio la propria tradizione cattolica e liberaldemocratica – si trovino a loro agio e non temano di essere “annessi” e con l’unico obiettivo di dare più forza al “modello sociale europeo” che è, insieme, un fattore di stabilità della pace mondiale, di crescita economica, di rafforzamento dei diritti civili e politici, di tensione all’eguaglianza nella libertà.

Questi devono essere gli ideali che dovranno ispirare chi, in quanto Democratico italiano, si candida al Parlamento Europeo. Questo è quello che spero di poter continuare a fare se sarò eletto.

Gianluca Susta

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