Susta: “Non riusciamo più a rappresentare chi è maggioritario nella società”
Pubblicato il 10 giugno 2009 | Nessun commento »

INTERVISTA A GIANLUCA SUSTA SU LA REPUBBLICA DEL 10 GIUGNO
di Marco Trabucco
“Vincere non è un problema di candidati, ma di proposta. Abbiamo già una leadership forte, serve una politica forte. Certe contrapposizioni tutte interne al partito fuori non si capiscono e poi l´altro Piemonte ha una sua forza che non va sottovalutata. Non possiamo continuare a parlare solo agli operai e a quelli di Torino in particolare, il mondo è cambiato”.
Gianluca Susta è uno dei pochi del Pd piemontese che può dire di aver vinto, sabato e domenica. È riuscito a farsi rieleggere in Europa con oltre 46 mila voti imponendosi alla concorrenza esterna (i candidati delle altre regioni) e interna (i piemontesi Placido, Ferrero e Centillo). Susta ce l´ha fatta, ma si dice che lei abbia vinto con i voti raccolti fuori dal Piemonte: è vero?
«Non esageriamo, in Piemonte ho preso 37 mila preferenze. Certo negli anni scorsi, prima come vicepresidente dell´Anci e poi come responsabile degli enti locali della Margherita avevo costruito una serie di rapporti con i sindaci e i comuni di Lombardia e Liguria. Semi che hanno dato frutti. Non è un caso che abbia preso quasi 2 mila voti a Como, 500 a Mantova, 1000 a Imperia. Ma è stata durissima».
Perché?
«Perché quella per le europee è una campagna paradigmatica di ciò che è la politica oggi. È terribile uscire se non sei esposto mediaticamente: gli esempi di Sassoli, della Gruber cinque anni fa, sono indicativi, non si prendono centinaia di migliaia di voti, senza aver mai fatto politica prima, se non vai in televisione».
La sua è stata anche una vittoria del Piemonte 2, contro Torino? Ed è una sua personale rivincita dopo la sconfitta per la segreteria regionale del partito?
«Nessuna rivincita. Certo è stata la dimostrazione che l´altro Piemonte ha una sua forza che non va sottovalutata. Che senza il Piemonte 2 il partito non c´è. Ma io i voti li ho presi anche a Torino e provincia, anzi lì ne ho avuti più di quanti credessi».
Si è perso un po´ dappertutto, ma nelle province “esterne” con percentuali sempre più impressionanti. Come mai?
«Perché certe contrapposizioni tutte interne al partito fuori città non solo non ci sono: nessuno proprio le capisce. Poi c´è una questione quasi antropologica».
Cioè?
«Che non possiamo continuare a parlare solo agli operai e a quelli di Torino in particolare. Io anche per la mia formazione politica cattolica, tendo sempre a pensare prima a chi è in difficoltà. Il Pd però non può continuare a rivolgersi solo a quel 20 per cento di Italia che oggi ha gravi problemi dimenticandosi completamente dell´altro 80 per cento. È cambiato il mondo: Biella, la mia città, era di sinistra, oggi stravince il centrodestra. Perché qui come altrove non riusciamo più a essere rappresentativi di chi è maggioritario nella società».
È vero come dice qualche suo rivale, che lei è stato eletto perché era l´unico candidato piemontese che avesse l´appoggio ufficiale del partito e del segretario regionale Morgando?
«Morgando in questa campagna elettorale si è comportato in modo assolutamente corretto. È stato rispettoso del mandato della direzione nazionale che indicava la mia rielezione come prioritaria, ma ha appoggiato allo stesso modo anche gli altri candidati piemontesi. Non capisco di cosa lo si possa accusare».
La crisi del Pd in Piemonte più che altrove è evidente. E il prossimo anno ci sono le regionali. Secondo lei bisognerebbe cambiare candidato passando da Bresso a Chiamparino, come qualcuno nel partito propone?
«Vincere le regionali non è un problema di candidati, ma di proposta politica. In Piemonte abbiamo già una leadership forte, c´è bisogno di una politica forte. Dobbiamo diventare più credibili davanti a larga parte dell´elettorato».
Non sarebbero necessarie anche un po´ di facce nuove, come il casi Serracchiani dimostra?
«Mi dispiace, ma credo che se non fosse andata in tv alla trasmissione della Bignardi non avrebbe ottenuto gli stessi risultati. La politica non è un bel discorso di 20 minuti, vuol dire mettersi alla stanga e tirare, per anni. Altrimenti rischiamo di fare lo stesso discorso di Berlusconi. E di continuare a perdere».



