Il sistema-Paese alla prova dell’Ue

BRUXELLES – È da anni un giro sulle montagne russe, il rapporto fra Italia e Unione Europea. Con un punto più basso: la lite continua sull’immigrazione, intessuta di diffidenza reciproca. E con punti più alti, da cui (forse) si vede lontano: tutte le volte in cui eurodeputati italiani della maggioranza e dell’opposizione hanno votato insieme su un tema «forte». Gli uni, e gli altri, non se ne vergognano: «Per esempio, la battaglia per gli eurobond ha visto uniti il popolare Mauro e il socialista Pittella – ricorda Gianluca Susta, Pd, vicepresidente dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici – e una convergenza importante c’è stata sul finanziamento delle grandi reti energetiche. Anche sulle politiche della competitività industriale, sulla difesa del made in Italy o sulla lotta alle contraffazioni, abbiamo votato in modo unitario. Abbiamo dimostrato di esserci come sistema-Italia». Ma poi, scoccano altre scintille: Berlusconi che striglia i portavoce Ue, Strasburgo che discute in Aula la libertà di stampa in Italia. Parigi, Berlino, e Londra assistono in silenzio.

L’Italia è fra le nazioni «madri» della Ue. E dopo il «sì» irlandese al Trattato di Lisbona, la Ue sta per rifondarsi. Se c’è un momento per ritrovare un posto di prima fila, è questo. Anche perché l’Europa dovrà confrontarsi subito – sul clima e tutto il resto – con la Cina, gli Usa, la Russia. Bruxelles sa che «locomotive» come la Germania o la Gran Bretagna non gradiscono comprimari, ma sa anche che l’Italia può essere un mediatore prezioso: magari nei confronti della Russia, fuori dalla Ue, e nei confronti dei Paesi dell’Est, al suo interno.

È anche una questione di uomini. I commissari Ue italiani, come ieri Mario Monti, Romano Prodi o Franco Frattini, e oggi Antonio Tajani, hanno sempre avuto un’immagine «bi-partisan» e lasciato buoni ricordi: lontani da figure controverse – e di «lobbies» – come l’irlandese Charles McCreevy o il tedesco Gunther Verheugen. Eppure, pochi Paesi hanno avuto tante frizioni con Bruxelles come il nostro. A torto o a ragione, così è stato. «Sul pacchetto clima, abbiamo giocato al ribasso, prendendo bacchettate da Sarkozy e Merkel – dice ancora Gianluca Susta -. Ci sono luci e ombre, ecco la verità. E la difficoltà a fare sistema dipende dall’attuale governo che ideologizza tutto: questo, in Europa, ci isola. Ma guardiamo avanti: speriamo che in futuro tornino sintonie alte, su grandi questioni». Dalla sponda opposta, il cattolico Mario Mauro del Ppe ha anch’egli i suoi ricordi buoni: «Ad esempio, per me fu molto bello quando Berlusconi sostenne l’importanza della candidatura Prodi alla Commissione. Una grande lezione». Poi, i ricordi meno buoni: «Sì, c’è stato in passato il problema dell’assenteismo fra gli italiani. Ma abbiamo anche avuto presenze intense, e significative per serietà e dedizione: cito solo due nomi fra tanti, Napolitano e Sacconi».

Su vari progetti futuri si potrà riaffermare il sistema Italia, dice ancora Mauro: «Come l’impostazione del sistema produttivo delle Pmi, le piccole e medie imprese. Lo è un’impresa italiana su 4, e sono Pmi il 99,8% di tutte le aziende Ue: l’Italia, che ha assorbito meglio di altri Paesi la crisi, può essere leader nel proporre la ricetta europea per uscirne». Si torna sempre lì, alla certezza o all’illusione di una specificità tutta italiana nella Ue: «Che c’è, sì – conclude Mauro – da De Gasperi in poi, abbiamo partecipato al progetto europeo gettando il cuore oltre l’ostacolo, senza chiedere nulla in cambio. Anche sull’immigrazione: dopo aver consentito alla migrazione epocale dall’Est Europa nei pochi Paesi allora membri della Ue, è giusto che anche l’ondata dall’Africa venga distribuita nei 27 membri attuali della Ue. Qui l’Italia può esser la leader del dialogo multiculturale, può giocarvi l’umanesimo profondo di cui gronda tutta la sua esperienza. Questo non ce lo toglie nessuno, è un patrimonio della nostra storia».

Luigi Offeddu

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