Piemonte: tra resa dei conti e alternativa

Stupiscono le “voci ” raccolte dalla stampa torinese tra i quadri del PD a commento della sconfitta elettorale.

Stupisce ancor di più che “qualcuno” – che non si manifesta pubblicamente – osi attribuire la responsabilità della sconfitta alla candidata. Con Bresso il centro sinistra ha fatto il pieno dei voti; con Chiamparino forse ne avremmo guadagnato qualcuno su un fronte ma ne avremmo persi su un altro.

Non cerchiamo alibi per favore!

Non diamo ai “grillini” la colpa di una sconfitta. Se ci fossero stati i grillini nella coalizione non ci sarebbe stata ‘l’UDC e forse io stesso non sarei andato a votare. Grillini e UDC si annullavano e il risultato non sarebbe cambiato.

La ragione della sconfitta sta altrove, è tutta dentro all’incapacità della classe dirigente democratica di Torino di leggere quel che è avvenuto in questi 10 anni nel Piemonte 2 dove mai – dico mai! – il centro sinistra è prevalso in un’elezione che avesse un qualche riferimento politico. Il vento da tempo sta cambiando anche nella provincia torinese, ma tutto è proseguito secondo logiche interne alla Città, allo scontro di potere che è in atto tra chi “scalda” i motori per succedere a Chiamparino. E’ in questa logica che vanno letti due congressi regionali del PD, la sfida per il seggio al Parlamento Europeo, la battaglia per le preferenze a Torino in queste regionali, i posizionamenti tattici “pro Chiamparino” e/o “pro Bresso” che hanno logorato la fase preelettorale. Nessuno…in “alto”…, a Torino, salvo Bresso (che ha prestato non poca attenzione alle ragioni del nostro territorio) e pochissimi altri, ha avvertito l’urgenza di riequilibrare gli sbilanciatissimi rapporti di forza in seno al PD piemontese.

Dico questo non certo per ragioni personali!

A distanza di tre anni, dopo pesanti sconfitte elettorali che non vanno certo messe sulle spalle del solo Morgando, è venuto il tempo di dire che “la battaglia contro le imposizioni di Roma”, di cui io sarei stato espressione quando mi candidai a segretario regionale nelle prime primarie del PD e da cui questo gruppo dirigente è generato, è stata una scusa gigantesca! In realtà un certo gruppo di potere torinese, supportato da certa “stampa “compagna” e “amica” (per l’occasione), temeva di perdere il controllo del nuovo partito a favore di un riequilibrio regionale che avrebbe escluso un pezzo importante dell ceto politico torinese. Quello scontro andava ricomposto da un lato riconoscendo la piena legittimità del Segretario uscito vincitore (seppur a metà), dall’altro attribuendo alle province (che avevano votato all’opposto di Torino) un ruolo e un peso ben maggiore. Mentre la prima condizione si realizzò (toccava a me fare un passo indietro e lo feci), la seconda condizione cadde nel dimenticatoio (eclatante è stata la decisione di non candidare, ad es., nessuno di Cuneo alla Camera o al Senato nel 2008, decisione che oggi paghiamo con un misero 19% là dove la sola Margherita, ancora nel 2006, faceva il 15%).

Da tempo ho personalmente scelto di limitare il mio impegno torinese ai soli aspetti legati alla mia attività parlamentare, ma proprio questo mi porta a frequentare associazioni, organizzazioni, amministrazioni che sono fuori dalle cinghie di trasmissione tradizionali del consenso. Bene, frequentando associazioni, piccoli imprenditori, artigiani, sindaci e assessori si capisce che anche nella provincia torinese sono ormai mature le condizioni per un mutamento degli orientamenti tradizionali dell’elettorato. Sta avvenendo a Torino, tramontata la tenuta, anche elettorale, del blocco sociale fordista, quello che è avvenuto nel “Piemonte 2″ 10/15 anni fa  in province ex rosse come Vercelli, Biella, Alessandria. Già alle provinciali di Torino dello scorso anno ne abbiamo avuto i segnali e basta vedere le percentuali del PD oggi per capire che è stata presa una china pericolosa che a un anno dalle elezioni in Città non può non suscitare allarme. Tutte cose che sembrano non riguardare il ceto politico del PD torinese (se non nella misura in cui questo coincide con le sue ambizioni), che si appresta a scatenare l’ennesima lotta fratricida per la successione a Chiamparino. Le pochissime preferenze ricevute da personalità che hanno condizionato pesantemente la politica regionale in questi anni e il fatto che in un’ elezione locale solo il 30% degli elettori decida di dare la preferenza, dimostra il distacco che esiste tra ceto politico ed elettorato.

Che fare dunque?

Dubito che “l’approfondita riflessione interna” che tanti invocano possa sortire qualcosa di utile e positivo. Nei prossimi tre anni si voterà a Cuneo (città), Novara (città), Vercelli (provincia) e Asti (Città e Provincia). Se le cose andranno come in questi anni in ogni realtà ciascuno si arrabatterà per trovare chi guiderà il centro sinistra e – forse – il mix tra candidato Sindaco o Presidente e la credibilità della proposta ci darà qualche soddisfazione (come è avvenuto a Lecco, Lodi o Venezia domenica scorsa). Costruire l’alternativa è però un’altra cosa!

Per costruire l’alternativa alla destra e, soprattutto, alla Lega Nord bisogna avere un partito che sia percepito dalla maggioranza di chi non vuole morire leghista o berlusconiano come una vera forza alternativa e di governo e il PD oggi non lo è, tanto meno in Piemonte! Siccome voglio guardare avanti e non indietro non mi accontento di dire che “forse era meglio quando c’erano DS e Margherita” perchè nulla nella storia si ripete allo stesso modo (se non sotto forma di farsa)!

In questo quadro non so se – come peccato di omissione – sia più grave stare fermi rispetto alla domanda di politica e di attenzione che c’è in milioni di elettori democratici cattolici, liberali, laici, moderati che oggi non si sentono rappresentati  o vivere con rassegnazione la deriva di mera sopravvivenza che questo PD ha scelto anche nella recente campagna elettorale, magari nella speranza che un qualche fattore esterno (escort, liste sbagliate, coccolone al Berlusca, crisi mondiale, ecc.) ci liberi “da Lui” e dalla destra.

Purtroppo temo che abbia ragione Parisi quando dice che chi aspetta che passi il cadavere (della destra) non si rende conto che, per salvare se stesso (mi riferisco al gruppo dirigente del PD nazionale, ma, in parte, vale anche per quello piemontese), insieme al cadavere della destra sceglie di attendere – inconsapevolmente – il passaggio anche di quello del Paese.

Nella “Settimana Santa” mi diventa difficile accettare supinamente di commettere, senza attivo pentimento, questo duplice peccato di omissione.

 

Gianluca Susta

 

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