Tra “made in” e “made in Italy” un po’ di chiarezza

La proposta di legge sul “made in Italy”, recentemente approvata (nota come “Reguzzoni-Versace”, dai nomi dei parlamentari che l’hanno per primi sottoscritta), definita truffaldina da Luciano Barbera, riapre, almeno a Biella, il dibattito che da anni coinvolge la politica, l’economia e l’opinione pubblica su come tutelare la nostra industria di qualità, duramente provata dalla concorrenza internazionale.

Non c’è dubbio che se i Governi dell’Unione Europea avessero per tempo approvato il regolamento proposto nel dicembre 2005 della Commissione Barroso non si sarebbe forse sentito il bisogno di proporre e approvare una legge italiana che presenta molti aspetti problematici, ma il cui fine è quello di  tutelare le produzioni nazionali nei comparti del tessile, della pelletteria e delle calzature, attraverso una maggiore e più completa informazione al consumatore e che vuole anche essere uno stimolo per l’Europa a darsi – finalmente! – quelle regole di reciprocità al pari dei suoi grandi competitori.

Qualche tempo fa su queste colonne ricordavo come ci siano almeno due accezioni del concetto di “made in Italy”: l’una secondo cui esso sta ad indicare lo “stile”, il modo di essere, la “cultura” di un prodotto che trae origine dalla tradizione manifatturiera italiana, ma che si è così diffuso nel mondo globale che  è “made in Italy” anche se non è più del tutto “fatto” in Italia; l’altra invece che ritiene che il “fatto 100% in Italia” debba segnare ancora il discrimine tra ciò che è “made in Italy” e ciò che non lo è.

Il mondo negli ultimi dieci anni ha subito cambiamenti straordinari!

Gli italiani (e ancor di più i Biellesi) – che per anni sono stati “i cinesi d’Europa” (vale a dire prezzi bassi, “santa” moneta svalutata, nessuna pretesa di “marchiare” i prodotti come “made in Italy”, dumping sociale dovuto a lavoro nero, nessuna attenzione all’ambiente, bassi salari ecc….Ve lo ricordate il monito di Sandro Pertini in visita a Biella nel 1981? “Quando la smettete di fare le stoffe qua, di portarle in Inghilterra per poi farle rientrare marchiate “made in England?”) – hanno via via capito che potevano giocare in proprio; che, dopo aver distrutto l’industria manifatturiera (tessile in particolare) in Inghilterra e in parte anche in Francia e Germania, potevano diffondere e difendere il loro stile (il “made in Italy”) e i loro marchi nel mondo. L’avanzare della Cina e del Far East ha imposto nuove strategie; ha portato molti a delocalizzare, pur preservando in Italia (a Biella, Prato, Bergamo, Varese, ecc.) un tessuto manifatturiero che fa ancora dell’Italia, pur nella crisi, il secondo esportatore europeo e l’ottavo mondiale (e non lo sarebbe senza il “made in Italy”). Ma molte di quelle aziende che hanno contribuito a distruggere il tessile in altri Paesi europei, che hanno saputo aggredire i mercati mondiali e reggere la concorrenza, negli ultimi dieci anni, per difendere “lo stile”, la “cultura”, la “tradizione” che li ha fatti “vincere”, hanno sacrificato, parzialmente e non del tutto, la produzione in Italia, rinunciando al “totalmente fatto in Italia”, al “100% made in Italy”, quello che Luciano Barbera, il movimento dei “contadini del tessile” e i “puristi” del “made in Italy” vorrebbero vedere tutelato nella sua integrale “purezza”.

Una riflessione però si impone, al di là delle “botteghe” politiche e degli interessi personali.

Si parlerebbe di “made in Italy” se non ci fosse stata la capacità di grandi imprenditori italiani, diventati poi “globali”, di diffondere il gusto italiano nel mondo, raccogliendone le sfide? In altre parole: avrebbero qualche vantaggio oggi tanti piccoli imprenditori nel chiedere la tutela del “100% fatto in Italia” se “qualcuno” non avesse diffuso, con il proprio marchio, i propri investimenti, la propria ricerca, la propria innovazione, la propria organizzazione, un prodotto finito che ha fatto capire al mondo che cosa sia lo stile italiano applicato all’abbigliamento, alle calzature o alle pelletterie e a cui hanno contribuito anche centinaia di migliaia di piccole imprese e di artigiani che da soli però non avrebbero potuto imporre il loro brand sul mercato globale e che oggi sono in prima fila a chiedere con forza la difesa del “100% fatto in Italia”? Un po’ di onestà intellettuale dovrebbe portare a rispondere di no! Senza la capacità da parte  di “qualcuno” (le centinaia di aziende che hanno saputo imporre il loro brand, segnato dalla cultura del “made in Italy” nel mondo) di raccogliere le sfide globali,  la “nostra” industria manifatturiera sarebbe già da tempo scomparsa, perchè nulla oggi esisterebbe più se i grandi marchi non avessero trascinato l’export di quello che resta dell’industria manifatturiera (la cui crisi, oggi, è aggravata dal calo di domanda per la riduzione dei consumi mondiali dovuto alla crisi finanziaria e non dalla concorrenza cinese).

Poteva il Parlamento italiano ignorare quanto avvenuto nel mondo in questi anni? Poteva ignorare che per il diritto commerciale internazionale ciò che conta ai fini della riconducibilità al luogo di un prodotto è quello dell’ultima “lavorazione sostanziale” (e non già di due. come prevede la proposta Reguzzoni-Versace o di quattro, cioè tutte, come vorrebbero “i puristi” del “100% fatto in Italia”)? E’ sbagliata la norma internazionale? Forse! Peccato che è il “minimo comune multiplo” condiviso da tutti coloro che fan parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC)! Se così non fosse molto più facile sarebbe la nostra battaglia in Europa e all’interno dell’OMC!

La legge approvata dal Parlamento italiano non è certo il toccasana, ma ancor meno lo sarebbe quella invocata da Barbera e c. che appesantirebbe gli oneri delle aziende italiane, obbligate a marchiare in modo differenziato a seconda che il prodotto sia venduto in Italia o in Europa o nel mondo! Già questa legge genererà un’infinità di ricorsi. Secondo la “Reguzzoni-Versace” (ma ancor peggio sarebbe se passasse l’ipotesi Barbera!), una camicia (o un abito) cucita in Italia a partire da tessuto tunisino, non sarebbe made in Italy, perché una sola – e non minimo due come previsto dalla proposta – fase di lavorazione viene realizzata sul territorio nazionale. Per contro, tale camicia sarebbe made in Italy per il codice doganale. Un imprenditore dovrebbe, paradossalmente, adempiere contestualmente a due precetti fra loro contraddittori: l’uno – comunitario – che consente di etichettare made in Italy, l’altro – italiano – che lo vieta, perché ne mancano i presupposti. Sarebbe in concreto costretto ad etichettare la stessa camicia diversamente a seconda che sia destinata al mercato nazionale o a quello estero (anche semplicemente svizzero o francese!), con notevole aggravio dei costi e significative difficoltà logistiche (per tacere del caso di prodotti inizialmente destinati al mercato italiano e poi, in seguito ad un’insindacabile decisione imprenditoriale, “dirottati” verso altri mercati). Sempre secondo la “Reguzzoni-Versace”, una camicia realizzata in Marocco, ma a partire da filato e tessuto italiano, potrebbe fregiarsi del “made in Italy”, perché almeno 2 fasi di lavorazione (filatura e tessitura) sono state eseguite nel territorio nazionale. Per converso, tale camicia sarà “made in Marocco” per il codice doganale, per il quale rileva l’ultima trasformazione sostanziale, ossia, come chiarito sopra, la cucitura. Anche in questo caso il nostro imprenditore si troverebbe di fronte ad un paradosso, dato che la “Reguzzoni-Versace” ed il codice doganale dettano criteri opposti: osservare le norme italiane o quelle comunitarie? E la scelta avverrà in base al “fuoco sacro dell’amor patrio” o dell’ interesse di bottega?

Tuttavia non si può non condividere il senso “politico” dell’iniziativa parlamentare italiana che mira ad “alzare il tiro”, anche correndo consapevolmente il rischio, come evidenziato sopra, di scatenare infiniti ricorsi giudiziari, per costringere le Istituzioni europee (in particolare i Governi europei) a introdurre il “made in” obbligatorio sulle merci extra UE.

So benissimo che i “puristi” del “made in” ritengono di scarsa rilevanza questa proposta, che è stata invocata a larghissima maggioranza a novembre dal Parlamento Europeo (unici Deputati italiani non favorevoli quelli della Lega Nord – ahimè! – che, evidentemente, fa la protezionista in Italia e la liberista allineata ai Paesi del Nord in Europa). Ma sbagliano! E molto!

La prima prova del loro errore sta nel fatto che tutti i nostri grandi competitori (USA, Cina, Giappone, Corea, ecc.) hanno una norma simile che impone di indicare il Paese di origine dei prodotti importati. La seconda prova è data dal fatto che non ci sarebbero tante opposizioni in Germania, Gran Bretagna e nord Europa alla nostra battaglia per introdurre l’obbligo di etichettare le merci importate da Paesi extrauropei, se fosse così poco utile. La terza – per me esaustiva – prova sta nella risposta a questa domanda elementare: tra un abito contrassegnato da un brand “nostro”, di fama mondiale, di nome e “stile” italiano, su cui ci sia un’etichetta “made in Cina” (perchè confezionato là) e un abito su cui non ci sia nulla (dal che si evince che è quantomeno fatto in Europa) o ci sia un marchio volontario (non vietato dal diritto commerciale internazionale) “made in Italy”, secondo Voi – a parità o a minime differenze di costo – il consumatore cosa compra? Quello che è “fatto in Cina” o l’altro (europeo o italiano)? Io non ho dubbi! Il consumatore non sceglie quello fatto in un Paese extraeuropeo!  Questa è l’importanza del regolamento che avvia il suo iter legislativo al Parlamento Europeo (grazie al Trattato di Lisbona che ha esteso ad esso la codecisione nella legislazione commerciale internazionale, prima riservata ai soli Governi dei 27 Paesi dell’Unione), per il quale ci stiamo battendo con tutte le nostre forze, Deputati e Governo italiano insieme, in modo “bipartisan” a Bruxelles, così come in modo “bipartisan” è passata la legge nazionale! Una regolamento che non si limita a tutelare tessile-abbigliamento, pelletterie e calzature come quella nazionale, ma che si estende al valvolame e alle rubinetterie; all’arredamento e ai gioielli; una norma, quindi, a cui guardano con grande speranza (e anche apprezzamento per quello che sin qui abbiamo fatto), molti distretti produttivi del nostro Paese. Un regolamento che tende a estendere quella trasparenza e quella tracciabilità della qualità del prodotto che abbiamo ottenuto nel settore alimentare (mi dispiace che Beppe Pellitteri abbia su un giornale locale detto che si può definire “toscano” l’olio di oliva fatto con olive spagnole, perchè non è vero o, almeno, non è più vero!) e che deve diventare una delle forze dell’Europa del futuro. Inoltre stiamo lavorando – sempre in modo bipartisan – coi colleghi e le colleghe Muscardini, Comi, Rinaldi e Panzeri sul regolamento specifico sui prodotti e le fibre tessili per cercare di introdurre queste norme.

Concludendo.

Posso capire che di fronte ai dati drammatici che stanno segnando l’industria tessile si possa pensare che la soluzione stia in misure legislative protezionistiche.

Non è così o, meglio, non è solo così!

Nel villaggio globale le risposte legislative “nazionali” non sono sufficienti! Occorrono norme che premino non già la difesa passiva, ma la trasparenza positiva (come tenta di fare la legge nazionale e come ancor di più dovrebbe fare la norma europea in discussione) per  aiutare gli imprenditori che ancora esportano il “made in Italy” nel mondo a convincere i consumatori che il prodotto che risponde allo stile italiano, al gusto italiano, al “saper fare” italiano è “il meglio” e che se è “fatto” in Italia, ancorchè solo in parte, lo è ancor di più! Recenti studi della Commissione Commercio Internazionale del Parlamento Europeo sulle tendenze dei consumatori hanno però evidenziato che il consumatore privilegia lo stile e il brand, rispetto al luogo della fattura di un prodotto che non può diventare, quindi, la sola frontiera di tutela e di discrimine. Noi sappiamo che, comunque, il “luogo” di una o più lavorazioni è importante e, quindi, tocca alla legge – cioè alla politica, cioè a “noi”- obbligare gli importatori a dire da dove provengono i prodotti presenti sul mercato!

Tocca però al nostro sistema produttivo far capire, con adeguate strategie di marketing, ai consumatori che oltre al brand e allo stile anche il  luogo delle lavorazioni assume grande importanza e perchè! Il “Comitato per il made in” – che mette insieme Imprenditori, sindacati, politici – è nato proprio per questo! Ed è per questo che è sbagliato accusare Roma o Bruxelles di favorire il “taroccaggio”, perchè se qualcuno “tarocca” per il solo fatto che non fa tutte le lavorazioni in Italia qualcun altro fa come “il cuculo”, gode, cioè, di un prestigio e di un mercato che altri hanno fatto diventare mondiale. Né “tarocchi”, né “cuculi”, quindi, ma un unico, ancorchè diversificato, sistema produttivo che cerca, con fatica, di difendere importanti quote di mercato che, complessivamente, stanno facendo breccia anche nella bieca Cina aiutando a ridurre la forbice dell’interscambio tra UE e Cina stessa, segno evidente che l’Italia e l’Europa manifatturiera ci sono ancora! E tutto ciò nonostante i treni persi o la supponenza che ha impedito a molti, ad esempio, in anni non poi così lontani, di cogliere i cambiamenti nelle tendenze dell’abbigliamento e del tessile. Colpa della politica? Sicuramente! Ma non solo! C’è chi ha continuato a vendere auto cambiando i modelli nonostante la globalizzazione e c’è chi ha non ha più saputo vestire la gente perchè o si ostinava a proporre modelli superati o non li ha integrati con dei nuovi prodotti che assecondassero le nuove tendenze. Questa scarsa lungimiranza è oggi “pagata” non solo dagli imprenditori che chiudono le aziende (ma pochi di questi hanno davvero “freddo ai piedi”), ma – soprattutto! – da migliaia di piccoli artigiani “terzisti”, dai lavoratori, da una manodopera ricca di un antico “saper fare”, che pagano le responsabilità di una classe dirigente non sempre pronta a cogliere i cambiamenti.

Gianluca Susta

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