Saper parlare alla gente del nostro tempo! Altro che partito del Nord…
Pubblicato il 15 aprile 2010 | Nessun commento »
Europa federale, Italia federale, PD federale, fisco federale: tutto ormai è federale! Una moda, un alibi o un bisogno vero? Nel linguaggio politico (e quindi, culturale) in cui ci siamo formati non esisteva la parola “federale“, tutt’al più era un ricordo scolastico che ci rinviava a Carlo Cattaneo o che qualificava la Germania (“Repubblica federale”) e – in modo improprio (corretto sarebbe stato “confederale“) – gli USA o la Svizzera.
Nel nostro linguaggio si usavano – senza metafore o ripieghi – termini come “Stati Uniti d’Europa“, “Italia delle autonomie“, “partito regionale“, “fiscalità locale“.
Il prorompere della Lega Nord sulla scena politica ha modificato il linguaggio e ha recuperato questo termine – “Federalismo” – dagli scaffali delle biblioteche.
Da allora, inizio anni ’90, è stato un rincorrersi di ipotesi, di speranze, di illusioni.
Il tramonto ignominioso della cosiddetta prima Repubblica era accompagnato dalle prime melodie leghiste del tipo: “Occorre una riforma federale, anzi no…confederale (Miglio), con tanto di “Padania”, “Etruria”, e “Due Sicilie“….Anzi no…- si correggeva la Lega del ribaltone (1994) e della splendida solitudine (1996, 10,5%), da noi blandita come “costola della sinistra” (D’Alema) – : ci vuole “la Secessione del Nord”, con tanto di riti tra il Pian del Re (dove nasce “Eridano”) e Venezia che, indirettamente, fecero vincere il centro sinistra del primo Prodi.
Alla proposta dell’allora Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica (Miglio) di suddividere l’Italia in tre macro-regioni, il centro sinistra rispose con la riforma del Titolo V (sui poteri locali), in parte “mai” attuata (V. la “Camera delle autonomie”) e in parte “mal” attuata (il pasticcio della legislazione concorrente) e con una migliore – ma incompleta – riforma dei poteri locali, battezzata “federalismo amministrativo” (le c.d. “leggi Bassanini”).
Replicava la destra – tornata al potere dopo il siluramento di Prodi, la sconfitta di D’Alema e il mesto tramonto di Amato – con la “riforma della riforma“, a tal punto così mal assortita che fu saggiamente bocciata dal prudente popolo italiano in uno dei tanti referendum. Divorata anche l’unica, vera (mezza) vittoria del centrosinistra (quella del Prodi II, 2006) si torna alla carica col “federalismo fiscale” che, ovviamente, non poteva che iniziare in questa tragica commedia, che con l’abolizione….sic!… del caposaldo delle imposte interamente locali, l’ICI, costringendo così – in nome del federalismo! – i Comuni e le Province a dipendere interamente dai trasferimenti statali.
Non meno schizofrenica la reazione dei partiti.
Fu la DC di De Mita, a metà degli anni ’80, ad avviare, quando la crisi esplose senza che ancora lasciasse presagire la drammatica conclusione di Tangentopoli, un processo di rinnovamento interno fondato sulla valorizzazione della dimensione “regionale” (termine preferito è “federale“) del partito. Tabacci (Lombardia), Mannino (Sicilia), Pagani (Piemonte), ecc…rappresentavano il rinnovamento di una DC “anticentralista“….”antioligarchica“…. “nuovamente vicina alla gente“……”in sintonia con i nostri amministratori“, che si candidava a governare per altri 50 anni. La conclusione la conosciamo tutti.
Come tutti conosciamo l’accoglienza che il “partito dei sindaci“, il “coordinamento degli “amministratori del nord” ecc.. hanno avuto dai vertici del centro sinistra in questi 15 anni (“cacicchi“…”centopadelle“…ecc..).
Imperterrita la Lega Nord, vero partito “di lotta e di governo”, ha macinato impegno e organizzazione del consenso puntando su parole d’ordine che toccano nel profondo “la pancia” degli elettori i quali – evidentemente – non hanno ancora sentito il bisogno di pretendere dalla Lega stessa (che ha governato per sette anni negli ultimi nove coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti!) il rendiconto tra quanto “fatto” e “enunciato” e di prendere atto del “mare” che sta in…..mezzo tra “il dire” e “il fare”.
Altrettanto imperterriti alcuni dei “nostri”, anche molto autorevoli (tra i pochi, peraltro, che senza tema di smentita possono dire di avere bevuto da piccoli la pozione magica che ha reso Obelix invincibile), credono di poter contribuire alla soluzione della crisi del PD invocando il “partito federale” o “del nord“, “…….che ci permetterà di dialogare con la Lega Nord senza coinvolgere il partito nazionale……” (Chiamparino).
Ma come dovrà essere questo “partito federale“?
Per il “fondatore” del PD dovrà essere guidato dai 20 segretari “federali” che, a loro volta, eleggeranno il “primus inter pares” (il segretario nazionale) e, con questa soluzione, si supereranno i limiti dell’attuale classe dirigente del PD che si divide in “eletto” (uno: Bersani); “cooptati” (tutti gli altri…segreteria, direzione, assemblea) e “principi” (i “big”) e che agisce come le “Diete” rinascimentali (ogni tanto si riunisce il maxiorganismo che ratifica le decisioni prese da “eletto” e “principi”, i quali, così facendo, concedono al resto della platea l’illusione di essere importanti facendoli discutere).
Mentre la Lega parla al Nord (male, ma gli parla!), noi cerchiamo una soluzione organizzativa, quando il problema é antropologico, culturale, sociologico e,quindi, in ultima analisi, politico.
Non che una soluzione organizzativa debba per forza essere priva di riferimenti politici.
Nessuno vuole dire che il rafforzamento del ruolo dei Segretari regionali sia superfluo o che un vero coordinamento tra il PD delle Regioni del Nord non sia utile.
La stessa ridefinizione dei rapporti tra livello locale, nazionale ed europeo – a maggior ragione dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e tenuto conto che il 70% della legislazione nazionale dipende da Bruxelles – esige partiti “modellati” su questa nuova architettura istituzionale (altro deficit del PD, che non ha, almeno formalmente, una sua chiara proiezione europea).
Ma il problema, a mio avviso non è sapere se il “potere” nel PD sarà spostato più verso il “comitato” dei Segretari regionali eletti o verso l’attuale segreteria di cooptati.
Non ho dubbi che si debba – nei partiti e nelle istituzioni – tornare a forme più dirette di scelta dei “vertici” (su questo Enrico Morando ha totalmente ragione) e dei componenti gli organismi (le primarie per quel che concerne gli organi non monocratici sono state designazioni a tavolino di persone scelte dai capi-fazione a livello regionale), ma non è questo il punto essenziale della crisi del PD! Né mi pare che il punto sia la libertà di perseguire (come sarebbe l’eventuale sperimentazione di alleanze con la Lega Nord nei governi locali) tattiche e strategie al limite della (tra loro) compatibilità.
Il “puntum dolens” è la proposta, sono i contenuti, la natura e l’identità del PD.
Per i primi tre giorni dopo il voto non ho fatto altro che confrontare numeri (ho un’antica passione per la statistica, i flussi elettorali, il confronto del voto negli stessi seggi), ma poi mi sono rotto!
L’unica cosa che – stringi, stringi – conta è che, nonostante le nefandezze del PDL e di Berlusconi; le bugie della Lega su sicurezza, federalismo e immigrazione; la crisi economica aggravata dall’assenza di iniziative del Governo, gli italiani non hanno premiato l’opposizione e molti elettori “nostri” se ne sono rimasti a casa!
Solo in Piemonte 153.000 voti in meno rispetto alle Europee e quasi 500.000 in meno rispetto alle politiche!
Numeri i-n-e-q-u-i-v-o-c-a-b-i-l-i che non consentono autoassoluzioni: né in chi ha governato le Regioni perse né in chi ha guidato il partito! Piemonte compreso!
E’ il partito del Nord la risposta a tutto questo?
O non è, invece, “un partito” che sappia parlare al Nord?
E cosa vuol dire “saper parlare al Nord”?
Il caso Piemonte è eclatante.
Lo è per due ragioni.
La prima perché almeno la metà dei Piemontesi è da anni, ormai, omologabile all’elettore medio lombardo – veneto. La seconda perché – nonostante tutto – perde per soli 9000 voti, ma in un saldo negativo tra i + 114.000 in provincia di Torino e i -123.000 nel resto del Piemonte.
Ed è qui l’origine della sconfitta!
Sia in quella parte “storicamente moderata” (Cuneo, Asti, Biella città, parte del novarese), sia in quella un tempo di sinistra (Alessandria, Biellese, Vercelli, parte del Novarese e del Verbano) le provincie piemontesi, al pari di quelle venete e lombarde, hanno maturato idee, valori, disvalori, convinzioni, bisogni che Torino Città non ha (ancora) fatto suoi (ma la provincia ci sta arrivando) per il peso che ancora ha l’eredità “fordista” della città.
Tutto frutto del potere mediatico berlusconiano?
Non scherziamo!
Se in Italia ci fosse una destra seria, alla Merkel o alla Aznar o alla Sarkozy avrebbe preso consensi anche fra alcuni che, in nome della cultura liberale, democratica e repubblicana, non se la sono mai sentita, in questi 16 anni, di votare una destra populista, plebiscitaria, autoritaria, illiberale. Io resto convinto che se le nostre speranze non sono del tutto tramontate è proprio perché c’è Berlusconi e perché, alla lunga, le promesse non mantenute generano ribellione, soprattutto là (è il caso del Nord Italia) dove l’economia non dipende dalla politica e, quindi, non genera intrecci perversi da cui è difficile, se non impossibile, liberarsi!
Ciò non toglie che questo PD non sia in grado di comunicare con vasti strati di opinione pubblica. Ma la comunicazione non è “neutrale”; la comunicazione – Berlusconi docet – è figlia diretta di una “visione”, di una “strategia”, di un “obiettivo” politico. In altre parole di una “cultura” politica.
E quale è la cultura politica di questo PD che non “riesce a comunicare”?
Occorre dire con chiarezza che il “compromesso” su cui è nato il PD – quello tra sinistra cattolica e sinistra post comunista – è insufficiente come “chiave di lettura” della società contemporanea.
Questi riferimenti culturali sono oggettivamente minoritari nel comune sentire della gente (“non riusciamo più a parlare alla gente del nostro tempo“, mi diceva il sabato santo Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del PPI, incontrato alla Comunità di Bose) e i loro “attrezzi” di analisi del tempo che viviamo appaiono se non inadeguati, non certo adeguati.
Quando leggo in un qualche articolo post-elezioni sulla stampa piemontese che il futuro sindaco di Torino, a giudizio di un ancor giovane e attivissimo deputato del PD, “non potrà essere il frutto dell’incontro tra la borghesia produttiva e i ceti popolari”, ripetendo il compromesso del ’93 e del 2001, mi chiedo quale possa essere il “nuovo” compromesso vincente. Certo non è più sufficiente quello tra mondo cattolico e movimento operaio, perché la semplificazione – che spesso ancora si fa – tra mondo cattolico = moderati e movimento operaio = sinistra mi pare non solo sbagliata, ma del tutto fuorviante.
Né ci dobbiamo fare fuorviare dalla crisi mondiale, dai disastri dovuti alla finanziarizzazione dell’economia, dalla deriva a cui ci hanno condotto il liberismo senza regole e le deregulation reaganiane, che hanno indotto alcuni (Prodi in testa, ad agosto, su il Messaggero, sempre lì…) a dire che è finito il tempo di una sinistra che si limiti a correggere “qualche virgola” della destra quasi che Clinton, Blair o Schroeder siano stati solo questo: una mera correzione della destra.
Banale! Semplicemente banale!
Passare dalla jungla del liberismo senza regole ad un neosocialismo protezionistico senza aver compiuto un’autentica “rivoluzione liberale” nell’economia mondiale che ripristini le regole del mercato, che li renda più aperti all’insegna della reciprocità incoraggiando le economie dei Paesi poveri (anche quando mettono a dura prova i nostri privilegi), che definisca una nuova governance monetaria, sarebbe un errore gravissimo, dalle conseguenze ancor più devastanti della deregulation reaganiana.
E pensare che si possa uscire dalla crisi italiana senza rivedere i “pilastri” del welfare, adeguandoli agli standard europei, è una pia illusione che rischia di precipitare il nostro Paese nel baratro!
Non è quello che sente dentro di sè il “popolo” del Nord!
Non è quello che vuole il “popolo del nord”!
Non è neanche quello che serve al “popolo” del Nord!
Non è neanche quello che vuole la parte debole del “popolo” del Nord che, forte di una storia centenaria di ribellioni e di lotte, da tempo non si sente subalterna, non smette di pensare di potersi “mettere in proprio”, non crede che una pur buona politica sociale (peraltro assente nelle scelte dei governi Berlusconi), possa da sola generare sviluppo e occupazione, tanto meno sul fronte dei servizi (commercio, professioni, terziario direzionale, artigianato) dove si annida quel “popolo delle partite IVA” che è il vero momento di debolezza della società contemporanea, che soffre della propria insicurezza, ma che si sente classe dirigente, non subalterna; si sente ceto medio, frustrato forse, ma non proletario! Questo è un mondo che ha già acquisito la sua “coscienza di classe” e perciò non accetta logiche meramente assistenziali.
Una buona politica industriale e del lavoro, nonché una buona politica fiscale (anch’esse assenti nell’odierno Governo), possono invece innescare un volano positivo purché siano politicamente orientante a “liberare” i processi di accumulazione della ricchezza dai mille ostacoli che conosciamo, “conditio sine qua non” per mettere in campo politiche di riequilibrio sociale e di potere, su cui si concentra ancora oggi la grande differenza tra destra e sinistra!
Ma nel centro sinistra, per i “più”, tutto ciò è solo una “correzione” di politiche di destra, mentre “caposaldo nostro” devono rimanere le “conquiste sociali” del tempo che fu, con i relativi tabù (età pensionabile su tutti) e gli attuali assetti di potere (attenzione al messaggio di Bossi “la gente ci dice: prendetevi le banche! E noi lo faremo!”….è molto più subdolo e sottile di quel che pensa qualche nostro amico dalla puzza sotto il naso; in realtà va al cuore degli assetti di potere che si sono determinati nel tempo tra banche, grande industria, grandi giornali che sono stati un pezzo dell’architrave del potere del centro sinistra in Italia) .
Quel “popolo”, il “popolo” del Nord, sente, su questi fronti, il PD distante anni/luce!
Se poi ci aggiungiamo l’incapacità di affrontare con serenità, ma anche con coraggio, le grandi questioni etiche del nostro tempo (testamento biologico, convivenze di fatto); la difesa di un sistema che privilegia la quantità e non la qualità nell’offerta scolastica e universitaria; un modello di sviluppo del sud (vedi Termine Imerese) già sbagliato quando fu scelto e ancor più sbagliato oggi, di fronte ai cambiamenti mondiali ed epocali in atto in alcuni settori strategici (come l’auto), col rischio di compromettere le realtà più all’avanguardia (vedi Torino) per salvarne altre senza prospettive; il non funzionamento della Giustizia, che è principalmente colpa di regole obsolete e dell’inadeguatezza di una Magistratura che confonde sempre più l’autoreferenzialità con l’indipendenza; un pubblico impiego poco motivato, per nulla propenso a mettersi in discussione, mal distribuito e non funzionale al cambiamento istituzionale già avviato negli ultimi 10 anni; la scarsa pulizia e sicurezza dell’ambiente urbano (la “casa” di tutti) nonchè l’assenza di una cultura della legalità in ancora troppo diffuse aree del Paese su cui non si può sempre e solo invocare la storia matrigna quasi che al nord sia stata sempre benigna…e potrei continuare…..les jeux sont faits…direbbero i francesi… c’est à dire.. che il PD, questo PD, non sfonda non perchè non è organizzato su basi federali, ma perchè non “sa parlare agli uomini del nostro tempo“, è “attrezzato” culturalmente e politicamente per interloquire con una parte minoritaria del Paese e, quindi, perde oppure vince solo più là dove esiste un mix tra tradizione e buon governo che riesce ancora a generare un sistema di potere capace di tenere legati identità ed interessi, nonostante che la “secolarizzazione” anche lì in atto (già manifestatasi a Bologna ieri e oggi a Mantova) faccia emergere qualche crepa nella vecchia filiera PCI-Pds-DS e oggi PD.
Il “partito del Nord” rischia di diventare controproducente se non è un “partito per il Nord”, se non declina proposte che vengano ritenute dalla prevalente, ancorché frammentata e sfilacciata, “middle class“, “interessanti” (nel senso che “soddisfano un interesse“).
Solo se saremo capaci di mettere in campo proposte “interessanti” (nell’accezione sopra richiamata), potremo chiedere alla “middle class“, riveduta e corretta, del XXI° secolo, di “farsi carico”, in nome dell’eguaglianza e della solidarietà (valori di riferimento per noi riformisti) di un riequilibrio della ricchezza e del potere nella società, evitando così che la paura, i sacrifici non ripagati, le aspirazioni frustrate da uno “Stato oppressivo” la spinga, come sta avvenendo da un bel po’ di anni, verso derive poujadiste e reazionarie.
Questa urgenza interpella tutto il PD, non solo la maggioranza che ha vinto il congresso, se non altro perché la maggioranza e la minoranza si sono aggregate non già su chiare piattaforme programmatiche, ma prevalentemente (se non pressoché esclusivamente) sul posizionamento dei “capi” e dei rispettivi “vassalli, valvassini e valvassori” (mi ci metto anch’io) con alleanze molto più tattiche che strategiche.
Occorre ripartire dai contenuti ed ecco perché non mi riconosco in questa maggioranza (inconsistente, salvo qualche recente uscita, peraltro timida, di Orlando sulla giustizia, peraltro subito bacchettata dal “partito dei PM”), né in questa minoranza, ondivaga tra “popolo viola” (e, quindi, intrinsecamente giustizialista e perciò estremista) e “centrosinistra” (declinato in questo caso in contrapposizione a “sinistra”); tra rinnovamento “liberal” delle istituzioni e del welfare (Salvati, Ichino, Ceccanti, Morando) e la più tradizionale coerenza con le antiche “cinghie di trasmissione” (Damiano, Marini); tra i “cattolici adulti”, pronti, laicamente, a mettersi in gioco sulle grandi sfide etiche del nostro tempo e quelli “devoti”, più preoccupati di non dispiacere alle gerarchie.
Ci vuole altro.
Ci vuole un programma che risponda ai bisogni del “popolo del Nord” (che, in larga parte, coincide con i bisogni del popolo italiano tout-court), al suo “idem sentire“, ai suoi “interessi” e ci vuole un partito che organizzi la sua pluralità non già sulla base delle antiche appartenenze e/o provenienze (ivi compresa la “fedeltà” agli “antichi” “signori”), ma sui contenuti della proposta.
Non sono più così sicuro – come lo ero qualche mese fa – che “socialdemocratici” (ammesso che tali siano la maggioranza degli eredi della storia PCI-Pds-DS e della sinistra cattolica) e “liberaldemocratici” possano ancora convivere in questo PD, generando un fecondo “compromesso” “capace di parlare alla gente del nostro tempo”.
Ma se è ancora vero che, come ha detto Salvati a Cortona qualche mese fa, “socialdemocratici” e “liberaldemocratici” (categorie superate, ma utili per capirci) possono convivere nel PD (se non altro perché – aggiungo io – non hanno alternative praticabili), è necessario che si rendano entrambi coerentemente e coraggiosamente visibili; che le opzioni siano chiare e che i “compromessi” avvengano non già per perpetuare la sopravvivenza di un ceto politico per lo più fatto da sconfitti, ma per rendere palesi all’elettorato i contenuti della proposta, il che aiuterà anche a coinvolgere nuove persone, a far conoscere e crescere nuova classe dirigente, a far capire – meglio di quanto sia sin qui avvenuto – a molti giovani e a molti “nuovi” (o che si reputano tali) che la militanza politica e l’accesso ai ruoli e ai posti di responsabilità esigono innanzitutto un grande, disinteressato e riconoscibile impegno.
Potrà mai avvenire questo forte rinnovamento metodologico e culturale?
Potrà mai realizzarsi questa “scomposizione” e “ricomposizione”?
Chissà!
In ogni caso o avverrà o non ci sarà “partito del Nord” che tenga!
Il Nord, il Paese, se non avverrà tutto ciò, saranno già, definitivamente, “altrove”…”dove non so”…di sicuro non tra i caldi raggi del “Sol dell’avvenire”.
Gianluca Susta



