Attento Pd, non basta la socialdemocrazia

Il dibattito aperto sul Foglio dall’articolo di Andrea Peruzy merita qualcosa in più che una stringata dichiarazione ai giornali. Come ha molto ben scritto Mauro Ceruti, sul rapporto tra Pd e socialismo europeo si gioca buona parte delle ragioni che hanno mosso molti – tra cui chi scrive – ad aderire al Partito democratico. Le parole del segretario di Italianieuropei non sono incoraggianti perché partono da un vizio di fondo, quello secondo cui il fronte progressista europeo si esaurisce nella pur variegata famiglia socialista e, quindi, le speranze di un’Europa più libera e più eguale vanno alimentate riformando dall’interno il socialismo europeo.

È l’idea che ha animato la paziente e abile “tessitura” di Piero Fassino; la disponibilità di Martin Schulz a cambiare nome al gruppo parlamentare; che ha indotto Rasmussen a cedere il posto di presidente delle Fondazioni progressiste europee a Massimo D’Alema. Encomiabile lavoro, ma tutto dentro a una logica secondo cui “fuori dal Pse” non ci sono riformisti. È – a mio giudizio – un presupposto errato, come è sbagliato ritenere che in un mondo pieno di sfide non etichettabili come di “destra” o di “sinistra” se le “grosse coalizioni” con i democristiani o i conservatori le fanno i socialisti sono “giuste in sé”, se le fanno i libdem inglesi tutto il movimento liberale europeo rimane etichettato come “di destra” e, quindi, non strategicamente associabile al “fronte riformista”. Non può essere così e non certo (per dirla con Leonardo Domenici, Corriere della Sera del 19 giugno) perché ci siano delle «riserve mentali negli ex Margheriti», ma perché in Europa il consociativismo socialisti-conservatori non ha sin qui messo in crisi la visione intergovernativa dell’Europa, a cui hanno contribuito in misura determinante molti partiti e premier della famiglia socialista.

Né si deve concludere troppo sbrigativamente che la crisi economica e finanziaria ci ha dimostrato che l’Europa ha bisogno di più stato, di meno mercato e, quindi, in ultima istanza, di più socialdemocrazia, ancorché riformata.

Non ritengo infondate le conclusioni a cui perviene Giuseppe Berta nel suo saggio L’eclissi della socialdemocrazia (il Mulino), secondo cui il modello di organizzazione sociale nato dall’impulso delle forze socialiste europee sopravvive alla crisi delle stesse e molte delle sue eredità sono «patrimonio comune » degli europei, ma non si può neanche ignorare il contributo delle forze popolari di ispirazione cristiana o di quelle democratiche di tradizione laica e liberale alla elaborazione culturale dell’economia sociale di mercato e dell’attuazione del «modello sociale europeo», non meno efficaci sul piano delle tutele, ma molto più responsabilizzanti per i soggetti sociali e per le persone, secondo una visione meno invasiva anche sui diritti individuali dello stato. Chi vive dalla trincea del parlamento europeo la “famiglia socialista” ne coglie le tensioni, anche morali, ma si rende conto di quanto statalista sia la sua risposta alla crisi o di quanto essa sia permeata da una cultura che non fa differenze tra i “figli” di Ropke, Darhendorf, Vanoni o Adenauer, e i “nipotini” di Milton Friedman che, con la loro visione mercatista, di liberismo senza regole, hanno gettato le basi di questa tremenda crisi. A questa frettolosa assimilazione tra deregulation liberista e cultura liberaldemocratica non si sono sottratti neanche alcuni esponenti della tradizione sociale del cattolicesimo, sempre molto brillanti nell’indicare le strategie di spesa e altrettanto “benaltristi” verso ogni ricetta alternativa alla dilatazione (almeno in Italia) di un immenso debito pubblico che neanche con una crescita del 2% annuo per dieci anni verrebbe ridotto al 99% del pil senza significative manovre annue correttive! Tuttavia, è questo il terreno su cui cimentarsi ed ecco perché l’economia sociale di mercato appare in grado di rappresentare una sintesi più efficace e anche più avanzata di quella neosocialdemocratica, chiamata dalla sinistra europea al capezzale della crisi come alternativa al colbertismo della destra, in uno schema neostatalista in cui la differenza tra la destra e la sinistra si sostanzia nel fatto che per la prima «lo stato comanda tutto», nella seconda «lo stato provvede a tutto», alternativa molto meno radicale di quanto appaia di primo acchito. Fino a che punto un Pd che balbetta su Pomigliano, che favorisce il referendum sull’acqua, che segue Schulz sul “ni” a Barroso o che fatica a declinare una proposta alternativa di manovra economica si impegna a liberare le energie represse della società, dell’economia e dell’impresa? Fino a che punto fa sue davvero le parole di Bassanini e di Monti scritte nella prefazione del rapporto Attali («il rapporto della commissione è stato apprezzato, nel suo complesso, dagli innovatori, dai liberali, dai riformisti del centrodestra e della sinistra francese, ed è stato parimenti criticato, com’era prevedibile, dai conservatori di destra e di sinistra, e dai difensori di rendite, privilegi, interessi corporativi o localistici. Confermando che gran parte delle riforme e delle innovazioni necessarie per far fronte alle sfide di questo secolo non sono etichettabili a priori come di destra o di sinistra. Anche se, forse, possono essere definite a seconda della loro coerenza con alcune scelte di fondo, nella prospettiva di un’economia sociale di mercato, che valorizza il merito, i talenti, la capacità di tutti, a partire dal diritto all’istruzione, alla sicurezza, alla salute e alla qualità ambientale») o le conclusioni di Monti sul mercato unico che esige meno protezionismi e più regolate liberalizzazioni (come, appunto, quelle sui servizi pubblici) se vogliamo che la crescita parta innanzi tutto dal mercato interno e non affidata solo all’export? Sono queste le sfide da porre sul tavolo di un ipotetico – quanto remoto – “summit” tra liberali, democratici, ambientalisti e socialisti in Europa e al parlamento europeo (che raccoglie 320 deputati, determinanti per ogni decisione).

Alla summer school di due anni fa Graham Watson, allora presidente del gruppo dei liberali e dei democratici, aveva proposto a Martin Schulz di costituire gruppi di lavoro comuni in previsione delle elezioni europee per approfondire le differenze e attenuarle.

Schulz rispose che «un mare» divideva «le nostre storie» e, al di là di generiche aperture, non ne fece discendere nulla preferendo continuare a dialogare (e mediare) con il Ppe.

Non intendo con questo sminuire d’importanza il varo dei “Socialisti & Democratici” al parlamento europeo (anche se l’aspetto più significativo dell’operazione è stato il cambio del nome del gruppo, visto che per il resto – rituali, linguaggi, leadership, rapporti politici e internazionali, ricerca di alleanze, sostegno a partiti, movimenti, centri culturali eccetera – nulla è cambiato), ma intendo dire che il campo degli innovatori e dei progressisti in Europa e nel mondo esige risposte molto, ma molto più audaci e meno orgogliose rispetto alla difesa di una storia passata non sempre gloriosa.

Per ora abbiamo visto, secondo la vecchia e sempre valida logica del gutta cavat lapidem, il lento e progressivo avvicinamento del Pd alla famiglia socialista.

Sia permesso di ricordare che altre erano le regole d’ingaggio in forza delle quali molti di noi avevano aderito al Pd e che l’apertura del campo progressista non può ridursi alla (peraltro recente) consapevolezza dei socialisti europei che occorre superare l’ambito dei loro tradizionali insediamenti sociali. Occorre aprire un confronto politico e culturale vero con le forze liberali, democratiche e ambientaliste che sono nell’Eldr, nel Pde, nei Verdi, nel frastagliato mondo dei partiti democratici dell’est europeo, all’interno della stessa famiglia democristiana e fondare il riformismo del ventunesimo secolo sull’economia sociale di mercato (sempre che non la si ritenga un tutt’uno con la socialdemocrazia, cosa che non è!) e su un processo di integrazione europea all’insegna del metodo comunitario. Così, forse, sconfiggeremo l’euroscetticismo e rifonderemo un nuovo patto tra libertà, uguaglianza e giustizia sociale per le generazioni a venire e così, forse, avremo tradotto in prassi quello che ci univa quando abbiamo deciso di dare vita al Pd.

 

Gianluca Susta

 

Da “Europa” del 30 giugno 2010

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