PD, ricorda la cura Amato
Pubblicato il 14 giugno 2010 | Nessun commento »
Nihil sub sole novi diceva il grande Seneca. Leggendo l’atteggiamento prevalente nel Pd sulla manovra economica non si può non andare con la memoria all’atteggiamento che tenne l’allora Pds nei confronti della “scure” di Amato sui conti pubblici del ’92, anch’essa, come quella di Tremonti, non certo “equa” e poco orientata alla “crescita”. Lo ricordo in estrema sintesi. Lo scenario era il seguente: dollaro a 1300 lire; marco a 940 (con oscillazione nello Sme consentita fino a lire 765,4 e, quindi, lira fuori dallo Sme); 48mila miliardi spesi inutilmente dalla Banca d’Italia per opporsi all’assalto della speculazione finanziaria che “giocava” sterlina contro lira; debito pubblico in esplosione. Uno scenario simile a quello di alcuni paesi europei di oggi. Bene, in quel contesto alcuni “professori” ed esponenti miglioristi della sinistra (Riva, lo stesso Visco, Napoleone Colajanni, Borghini, ecc.) tentarono di raccogliere delle firme durante l’assemblea dei deputati della Quercia a (parziale) sostegno della manovra.
Ma sulla loro iniziativa prima cadde la “mannaia” di Massimo D’Alema («nessuna mano ad Amato!») e poi vi fu il de profundis di Achille Occhetto («le misure del governo sono gravissime, inique e dannose») che “appiattirono” il Pds sulle posizioni della Cgil che indisse lo sciopero generale per il 13 ottobre in un quadro di tensione sociale. Il giudizio su quella manovra è nel tempo cambiato (ancora recentemente è stato ricordato da molti che la combatterono che senza di essa non sarebbero state possibili le successive “virtuosità” dei governi Ciampi, Dini e Prodi), ma resta il fatto che essa fu duramente combattuta con toni simili a quelli che oggi usa il Pd, salvo – anche qui nessuna novità! – qualche lodevole eccezione (Letta, Nicola Rossi, Enrico Morando, Fioroni, qualche cenno di Follini e pochi altri).
Bersani ci spiegherà il 19 prossimo la “contromanovra” del Pd, ma l’opinione pubblica il giudizio sull’atteggiamento e sul linguaggio del Pd verso la crisi se l’è già fatto e non è incoraggiante. Diciamolo con franchezza: dal linguaggio e dall’atteggiamento del Pd (come in quello del Pds del ’92) non emerge il senso di consapevolezza della portata europea e mondiale della crisi e dell’urgenza (oggi come nel ’92) di ridurre il debito (e, quindi, della spesa pubblica) senza cui è impossibile mettere in campo politiche di crescita e sviluppo.
Il nostro atteggiamento e il nostro linguaggio, invece, dovrebbero essere pienamente consapevoli dell’originalità della situazione italiana che la rende assai diversa da quella, ad esempio francese, inglese o tedesca, e che non consente a noi italiani di guardare alla crisi negli stessi termini del Ps francese, del Labour o dell’Spd per la semplice ragione che è solo parzialmente colpa dei governi Berlusconi se c’è un rapporto debito/Pil del 118 per cento contro un rapporto debito/Pil che oscilla tra la metà e i due terzi nei paesi citati, il che consente loro di guardare al problema del debito pubblico in termini assai meno drammatici.
Non un reaganiano di ritorno, ma un riformista come Turani ci ha ricordato qualche giorno fa che per ridurre il rapporto debito/Pil al 99 per cento con una crescita (realistica) dell’1 per cento all’anno per dieci anni, occorre fare manovre di 12 miliardi all’anno per dieci anni; che i dati, ovviamente si dimezzano se la crescita è del 2 per cento (e qui il realismo cede già all’ottimismo) e, comunque, ciò significa che noi avremo sempre un rapporto debito/Pil al 100 per cento (o 99 per cento “psicologico”) mentre la media europea è dell’80 per cento! Un 20 per cento di differenziale che corrisponde – più o meno – a quanto il nostro paese avrebbe bisogno per infrastrutturarsi adeguatamente per rilanciare davvero la competitività.
In altre parole, anche una crescita sostenuta (perché tale è il 2 per cento per dieci anni) non è sufficiente a rimettere in “riga” i conti italiani (mix tra riduzione del debito e miglioramento del rapporto tra debito e Pil) rispetto a quelli dei grandi paesi europei. Ciò non significa dire nè che la manovra Tremonti sia condivisibile (non lo è se non altro perché è troppo timida sia sul versante della tracciabilità dei pagamenti – essenziale per la lotta all’evasione – che nel coraggio nel colpire le grande rendite); nè che non si debba giungere ad una più stringente regolazione dei mercati finanziari, delle agenzie di rating, degli hedge fund e dei famigerati “derivati”; nè che il risanamento possa essere disgiunto dalla contestuale “messa in campo” di politiche per rilanciare la crescita. Anzi!
Ma in un paese come l’Italia il risanamento è assolutamente prioritario, oggi come lo fu nel ’92 e senza una “cura da cavallo” la speculazione finanziaria, presto o tardi, attaccherà anche l’Italia. Certo, la “cura” non deve uccidere “il cavallo”, ma non è certo la cura Tremonti che farà morire il cavallo. Provino il sindacato e il Pd a venire in alcune aree del nord, dove chiudono le fabbriche, a spiegare agli operai in cassa integrazione o già senza sussidi, che il blocco degli stipendi e dei contratti pubblici a chi non rischia minimamente il posto è “macelleria sociale” e allora noi spiegheremo loro (e al vertice del Pd) perché lì – i lavoratori – votano la Lega.
Quanto alla crescita, anche qua occorre capirsi.
Con quali risorse possiamo sostenere la crescita noi italiani se dobbiamo destinare nuovi tagli, o maggiori entrate per 12 miliardi all’anno, per i prossimi 10 anni al raggiungimento del (non certo edificante) obiettivo di un rapporto debito/Pil al 99 per cento?
La crisi sta gettando l’Europa in una tenaglia che rischia di stritolarla: l’alternativa sembra essere tra neoprotezionismo statalista (e, quindi, neonazionalista) da cui non è immune la famiglia socialista europea e la filosofia dei Soros di turno (…ha da passà ’a nuttata…) che punta a far ripartire la finanziarizzazione dell’economia, speculazione compresa, a dispetto di tutti proclami a favore dell’economia reale. Non può essere così.
Solo una vera “rivoluzione liberale”, nella sinistra innanzi tutto (non c’è libertà senza regole), offrirà gli strumenti ideali e culturali per innescare un circolo virtuoso che liberi le energie del privato (ecco dove attingere le risorse), le orienti, con adeguati incentivi fiscali, verso investimenti produttivi, innovativi e sostenibili, nell’economia “reale”, in un quadro di mercato unico rafforzato da quella apertura alla concorrenza (regolata) che è, ad esempio, a fondamento del rapporto Monti.
Sono coerenti con questo messaggio l’atteggiamento e il linguaggio del Pd? Vanno in questa direzione, ad esempio, iniziative come il referendum sull’acqua? Non mi sembra proprio.
Il nostro messaggio è quello di chi difende un sistema pubblico pesante e inefficiente, clientelare e mal funzionante; di chi privilegia un blocco sociale fondato su grande finanza (da qui la timidezza sul tassare le grande rendite), pensionati e dipendenti pubblici che non vedono messo a rischio ciò che invece è quotidiano in lavoratori dipendenti, giovani, precari e lavoratori autonomi: il posto di lavoro e/o professionale con relativo reddito.
Ripeto e concludo: in discussione non è il “voto” in parlamento sulla manovra. Non esiste che chi sta all’opposizione voti le proposte della maggioranza su una questione così politicamente rilevante come una manovra economica, ma il linguaggio, la controproposta e l’atteggiamento sul “merito” del problema sono elementi fondamentali per capire che cosa farebbe il principale partito di opposizione se fosse al governo e – aggiungo io – per sapere se noi siamo la continuazione del partito che tentò di bloccare la manovra Amato, oppure se siamo un moderno centrosinistra riformista ed europeista che si fa carico del peso della storia di questo paese e del futuro suo e dell’Europa.
Gianluca Susta
Articolo pubblicato su “Europa” l’11 giugno 2010



