Considerazioni sulla lettera di Prodi ed Amato

Dobbiamo ringraziare Romano Prodi e Giuliano Amato per avere avuto il coraggio di dire chiaramente che c’è solo una prospettiva per questa Europa: quella federale, quella degli Stati Uniti d’Europa, utopia mai abbandonata da tanti della mia generazione.

Senza sogni è difficile accettare sacrifici!

Seppe sognare l’Italia uscita prostrata dalla guerra, annientata anche da quella fratricida catarsi democratica che fu la lotta di liberazione.

Seppero sognare i contadini del sud, massacrati dal latifondo, e dall’emigrazione; i veneti considerati una manovalanza robusta e disponibile per lombardi e piemontesi; gli operai del nord, pronti a difendere le fabbriche indipendentemente dal “padrone”, uniti da una speranza di riscatto che i governi e le opposizioni di allora seppero mantenere dentro all’alveo della costituzione repubblicana anche nei momenti più delicati e contradditori di uno sviluppo che in dieci anni seppe fare di un grosso e arretrato Paese una potenza industriale di primo grado.

Questa Europa, i suoi Stati membri (Germania compresa), hanno bisogno di utopia e realismo, di speranza e di concretezza, di sacrifici e di nuove opportunità.

Se è vero che le Istituzioni comunitarie, frutto di un delicato equilibrio tra utopia federalista e concretezza funzionalista, non possono essere mortificate da un “direttorio” franco-tedessco, non possiamo non chiederci quale (non) sia stato il contributo dei “progressisti” in questi ultimi 10/11 anni, da Nizza in poi, per far crescere un’Europa più integrata, politicamente, socialmente ed economicamente.

Senza adeguate riflessioni sul perché di un affrettato allargamento, sul fallimento del Trattato costituzionale, sulla messa tra parentesi delle idee di Delors – tutte responsabilità che non si possono solo affibbiare ai “conservatori” – risulta poco difendibile la critica al direttorio conservatore franco-tedesco, così come appare stucchevole, ormai, la contrapposizione tra risanamento e crescita.

Abbiamo bisogno di utilizzare tutte le potenzialità previste dai Trattati vigenti per mettere sotto controllo i mercati, rendere più stringenti i vincoli di bilancio degli Stati membri, rafforzare il “fondo salva. Stati”, dare maggiore flessibilità alla Banca Centrale Europea, potenziare il bilancio europeo con entrate proprie (tobin-tax, addizionale IVA, trasferimenti dai bilanci statali al bilancio comunitario, projects bond) e, quindi, supportare meglio la crescita, ma, nel contempo, dobbiamo avviare una profonda riforma dei Trattati stessi, come sostengono Prodi e Amato e come dice la Cancelliera Merkel, perché occorre decidere “dove” l’Europa voglia e debba andare!

Anche la Conferenza di Messina del 1955 o la Conferenza dell’Aja del 1969, dopo il fallimento della CED e il gelo nei rapporti anglo-francesi che paralizzarono l’Europa dopo i Trattati di Roma, furono salutate come “di basso profilo” dai federalisti. Eppure quelle svolte, pur parziali, aprirono la strada a un ulteriore allargamento e alla moneta unica, portandoci fin qua!

E non fu forse il direttorio franco-tedesco di Kohl e Mitterand che, con il sostegno dell’Italia di Craxi (sì, di Craxi!) contro l’antieuropeismo della Thtatcher (nihil sub sole novi…viste le posizioni di Cameron) che portò all’Atto Unico dell’86 e a tutto quel che ne consegue?

La montagna di debiti su cui siamo seduti, che compromettono il futuro dei nostri figli e la sicurezza dei nostri concittadini, esigono risposte severe, che però vanno accompagnate dalla capacità di indicare una nuova speranza, la prospettiva, la “ragione” di tanti sacrifici.

Abbiamo saputo indicarla in situazioni altrettanto difficili in passato, dobbiamo saperlo fare anche oggi!

Ma dobbiamo anche sapere, noi che crediamo nel metodo comunitario, noi che vogliamo un’Europa democratica che ripensa se stessa in un mondo profondamente cambiato, che dobbiamo fare i conti con molti Stati membri che non vogliono “più Europa”, che non vogliono rafforzare il metodo comunitario, che non vogliono aumentare le risorse proprie (men che meno la tobin tax o i “projects bond”), e che non sono disponibili a inserire vincoli di solidarietà neanche in presenza di rafforzati vincoli di austerità.

E in quei Paesi non la pensano così solo i conservatori, ma anche i cosiddetti riformisti o progressisti!

Perseguire l’utopia degli Stati Uniti d’Europa vuole dire oggi mettere in conto laceranti divisioni, rischiosissime “doppie velocità”, ambigue coesistenze, anche nel Parlamento Europeo, tra deputati di Paesi che credono in “più Europa” e altri che non ci credono (voto dei laburisti inglesi contro il bilancio dell’Unione docet….).

Dobbiamo esserne consapevoli e dobbiamo essere all’altezza della sfida.

Mi auguro che il Consiglio Europeo che inizierà dopodomani sappia affrontare – una volta per tutte – un’emergenza troppo a lungo sottovalutata (questa è la grande colpa della Germania!) e sappia indicare la prospettiva, su cui, al più presto, chiamare a confronto le forze vive della società europea in una convenzione le cui conclusioni dovranno essere affidate al voto degli europei alle prossime elezioni del 2014, come hanno scritto Prodi e Amato, per dare nuove e più forti fondamenta al “sogno” dei padri fondatori che è ancora convintamente nostro.

Gianluca Susta

 

 

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