Intervista a Gianluca Susta sull’Eco di Biella

Onorevole Susta, la moneta unica compie dieci anni e verifica sul campo le proprie inadeguatezze: resta oggi un passaggio storico fondamentale?

Non concordo minimamente sulle inadeguatezze della moneta. Attribuire all’euro le colpe di questa situazione e’ come dare la colpa della febbre al termometro e non alla malattia. Inadeguato è stato finora il potere dell’UE sulla governance economica, indispensabile per proteggere la moneta. Ci si è per anni affidati agli “inviti”, ma non a regole cogenti; in gergo tecnico si potrebbe dire che non si sono obbligati i Paesi dell’eurozona a fare bilanci consolidati tra loro, con sanzioni vere e proprie per chi sgarrava. Quando c’era crescita, favorita anche dalla bolla finanziaria, si faceva finta di non vedere l’enormità dei debiti accumulati.  La crisi dei debiti sovrani nasce dalla convinzione – che per l’Italia e’ stata quasi elevata a sistema - che avere debiti e non pagarli e’ quasi come non averli. Non e’ cosi’, ovviamente! E oggi paghiamo le conseguenze di quella scelta eccessivamente ottimistica, per non dire superficiale, di chi scrisse le regole dell’euro senza proteggerlo con adeguati meccanismi di controllo, di tutela e sanzionatori. 

Se l’euro esplode, l’Europa non esisterà più: corriamo ancora questo rischio nel 2012?

Formalmente l’euro non esaurisce quella singolarissima “unione” di cittadini che, e’, appunto, l’UE. L’Unione Europea non è solo euro, ma e’ uno straordinario processo pacifico di integrazione tra Stati e popolazioni che stanno costruendo in quasi tutti i campi l’ordinamento comune che riguarda la vita e il futuro di 500 milioni di cittadini. Quindi non c’è’ automatismo tra “fine dell’euro, fine dell’Europa”. Ma l’euro non esploderà! L’Europa ha portato molto avanti il suo processo di integrazione e non puo’ rinunciare alla sua opera piu’ importante, ancorché incompiuta. Bisogna completare l’opera con una politica di bilancio unica nell’UE.Questa è la risposta forte che si attendono i mercati e questo deve essere il principale nostro lavoro quest’anno. Peraltro molto è stato fatto, seppur tardivamente, in questa direzione negli ultimi mesi.

Tutti gli osservatori sono concordi nel dire «che serve un’Europa che faccia nel 2012 scelte adeguate e solidali senza ulteriori indugi e verso una maggiore integrazione» solo per citare il primo degli italiani, Giorgio Napolitano. L’Europa sarà in grado di sostenere questa sfida?

Deve! Non ha alternative! Come non ce l’hanno i singoli Paesi. E lo deve fare come ha saputo farlo in tutti i passaggi fondamentali della sua giovane storia. In questi anni l’Unione Europea ha fatto passi da gigante sulla strada della democratizzazione delle sue decisioni, ma la crisi ha allargato il fronte della destra euroscettica, antieuropeista, xenofoba, neonazionalista. Per fermare questa deriva che ci porterebbe diritti alle sciagure già vissute nell’8/900 c’è una sola risposta possibile: rafforzare il processo di integrazione, marciare verso gli Stati Uniti d’Europa. Il rafforzamento delle politiche di bilancio e la difesa dell’euro sono essenziali, per il bene di tutti, non delle banche, dei tecnocrati o delle agenzie di rating!

L’asse Merkel-Sarkozj, che di fatto detta le scelte Ue, ha tentennato in primavera sulla crisi greca, si è concentrato sull’austerità, mentre avrebbe dovuto pensare alla crescita.  E’ la tesi dell’economista Joseph Stiglitz e di tanti suoi colleghi: come se ne esce?

Gli errori commessi dalla Merkel e da Sarkozy sono imperdonabili. Per ragioni elettoralistiche, come Berlusconi, hanno prima fatto finta di sottovalutare gli effetti della crisi dei debiti sovrani di alcuni Paesi, poi hanno condiviso alcuni provvedimenti in ritardo e poi hanno – finalmente, anche se tardivamente – indicato una strada che si sta traducendo in provvedimenti non sufficienti, ma fondamentali che la Commissione sta elaborando e che Parlamento e Consiglio  hanno gia’ approvato o dovranno approvare.
Quanto alla crescita e’ un problema generale, ma in misura molto diversa! Non ripetiamo come pappagalli degli slogan, ma cerchiamo di ragionare, per favore! Non ha senso da nessuna parte al mondo mettere in contrapposizione crescita e risanamento; in Italia meno ancora! Per arrivare al 100% del rapporto tra debito e PIL (il che sarebbe comunque tantissimo…..oggi però siamo al 121…) l’Italia deve crescere del 2% all’anno per 10 anni mantenendo al livello attuale il debito. Siccome i costi aumentano anche per lo Stato delle due l’una: o si riduce fin da oggi la spesa pubblica o il debito dello Stato si mangerà la crescita e saremo al livello di partenza. Se la stessa cosa la facessero la Germania, la Francia, il Regno Unito e la Spagna, dopo 10 anni si ritroverebbero non al 100% come noi, ma sotto il 60%, in posizione di sicurezza: ecco la differenza tra l’Italia e gli altri, che lo spread ci indica quotidianamente. Questo e’ lo specifico italiano, che va risolto da noi, non dai tedeschi o dai francesi o dall’UE! Quindi occorre lavorare di piu’, produrre di piu’ e lo Stato deve spendere di meno! Se lo Stato non dimagrisce, se il debito non si riduce, anche una corposa crescita sara’ inutile.

Anche la Ue, insomma, oltre al rigore, dovrà affrontare la sua fase “due”, quella del rilancio della competività e della crescita: come?

Certo! Si stanno per immettere nell’economia reale circa 600 miliardi nei prossimi 5 anni per aiutare la crescita. Contro il parere degli inglesi (conservatori e laburisti per essere chiari), su proposta del gruppo progressista socialdemocratico, e’ stato previsto di tassare le transazioni finanziarie (la tobin tax) per costituire un fondo di garanzia contro gli effetti della speculazione, senza contare il mix tra l’istituzione del “fondo salva Stati” e le recenti decisioni della BCE di ridurre il costo del denaro e di concedere liquidità illimitata alle banche. Purche’ queste non lavorino solo per loro! Prendere il denaro all’1% dalla BCE e darlo all’11/12% alle imprese rasenta lo strozzinaggio e ridepositarlo nei forzieri di Francoforte è criminale. E su questo non si stara’ con le mani in mano, cosi’ come è necessaria una nuova regolamentazione delle agenzie di rating, gia’ in discussione in Parlamento (relatore il collega Leonardo Domenici, gia’ sindaco di Firenze) che aiutera’ una maggiore trasparenza dei mercati e un maggiore raccordo tra economia reale e economia finanziaria.

Aumentare le risorse del fondo salva Stati, così come l’ombrello del Fmi, gli  eurobond e un ruolo più forte  della Bce sono azioni  invise alla Germania, ma sarebbero provvedimenti decisivi?

Come ho detto le misure sono tante. Queste sono sicuramente essenziali. Anche gli eurobond sono fondamentali. E’ stato il Parlamento Europeo tre anni fa a votare per la prima volta una risoluzione per istituirli. Quando il “pacchetto” sulla governance economica e su una comune politica di bilancio saranno approvati io penso che anche la Germania accettera’ gli eurobond. Come ho detto la Merkel ha gravi colpe sulla gestione della crisi, ma e’ una sincera europeista (molto più di Sarkozy) e la sua esagerata prudenza e’ dovuta anche alla consapevolezza di dover bloccare i rigurgiti nazionalisti in Germania. L’allieva di Herlmut Khol sa che senza Germania non c’e’ Europa e sa anche che l’Europa non deve essere “solo” Germania.

La difficilissima crisi del debito rischia anche di trascinare l’intera impalcatura europea: dopo la “fuga” inglese, come si potrà preservare l’unità non solo dei 17 paesi di Eurolandia ma dell’intera costruzione a 27?

Mai sottovalutare i rischi, ma la crisi ci sta ponendo di fronte a scelte decisive.Sta venendo il momento di decidere se vogliamo progredire verso gli Stati Uniti d’Europa o se vogliamo solo rafforzare il mercato unico e unire le cose che non possiamo piu’ fare da soli, tralasciando il resto. Questo nodo Italia, Francia e Germania l’hanno da tempo risolto e nonostante tutti gli “stop and go” che la costruzione europea ha avuto, questi grandi Paesi marciano in questa direzione. La Gran Bretagna non ha mai creduto al progetto che fu di Spinelli, di De Gasperi, di Adenauer, di Shuman. Ma non creda che in Gran Bretagna non siano preoccupati! In tre anni il rapporto debito/PIL si è raddoppiato; la sterlina si è deprezzata sull’euro del 30% e il 40% delle sue esportazioni, essenzialmente assicurative e bancarie, sono verso l’Europa. La nostra crisi non può non essere la loro crisi e la City non può coprire tutte le magagne di un Paese che non ha più produzione manifatturiera. In ogni caso si puo’ anche procedere a “due velocita’”; non e’ un dramma! E’ gia’ avvenuto con Shengen, con la carta dei diritti fondamentali, con l’euro. Sara’ cosi’ anche per la governance economica. Gli inglesi sono ancora fermi alla “dottrina Churchill”: “siamo con Voi, ma non siamo dei Vostri”. In ogni caso se il prezzo da pagare per una maggiore integrazione europea e’ quello di perdere qualcuno, meglio perdere qualcuno e definire con loro le modalita’ per una cooperazione meno rafforzata. Vale per il Regno Unito e potrà valere anche per qualche Paese dell’est e del nord. L’allargamento affrettato ha creato non pochi problemi. La doppia velocità creerà tensioni, ma se Italia, Germania e Francia saranno unite l’Europa uscirà più forte di prima.

L’Europa appare sempre più destinata a “correre” a più velocità: dove si collocherà l’Italia?

Non solo l’Europa corre a più velocità! Ogni singolo Paese è alle prese con le sue doppie e triple velocità interne. Ecco perché occorre una politica economica molto coordinata a livello “macro”. Questo nel “breve”, ma se la domanda è dove sarà l’Italia nel futuro dell’Europa io rispondo: la’ dove l’hanno collocata le sue grandi scelte; dove l’hanno collocata coloro che hanno saputo guardare al futuro senza farsi travolgere dalle criticità del presente. Sara’ dove l’hanno messa Mazzini, Cavour, Spinelli, De Gasperi: in Europa, in un’Europa che sapra’ rimanere il piu’ grande spazio di democrazia, di liberta’ e di giustizia sociale che esista al mondo – perché questo oggi l’Europa è! – , nella speranza che sia anche ancora, come oggi è, la prima economia del mondo.

Gli Usa sono tentati di  lasciare l’Europa al suo destino: si é cacciata in questo guaio con le sue mani e con le sue mani deve uscirne.

Non mi sembra affatto che sia cosi’! Gli Usa sono consapevoli di quanta responsabilita’ abbiano loro sulla prima crisi finanziaria di questi anni e sanno anche che la partnership USA-UE e’ per loro fondamentale, anche in termini di interscambio commerciale e di sicurezza. E sanno che quanto a debito stanno peggio dell’eurozona. No, gli USA non abbandoneranno il dialogo transatlantico, anche se la debolissima e deludente presidenza Obama, unita alle difficolta’ dell’economia americana, al pari delle deboli leadership europee, non aiuta a ritrovare il bandolo del “sogno comune”, quello che negli anni ’50 ci diede la NATO, il piano Marshall, l’OECE, la CECA prima e la Comunita’ economica europea poi.

L’Italia è chiamata entro il 23 gennaio a presentare un piano di crescita alla Ue liberalizzazioni e piano per il lavoro compresi. I sindacati  chiedono un confronto senza tempi contingentati: «Non possiamo – dicono – continuare a farci dettare i tempi da Bruxelles». Come la mettiamo?

Battute ridicole,, però, se non fossimo tutti protagonisti di una (quasi..) tragedia. E demagogiche per giunta. I tempi ce li stanno dettando i Paesi emergenti, la loro aggressività, le nostre reticenze. I tempi li detta la “storia” in una parola, ancor prima dei mercati, dell’UE o della BCE. Ed e’ ridicolo dire questo per poi criticare l’UE perche’ (com’è vero!) ha agito in ritardo.
E’ bene che ci sia un confronto tra Sindacati e Governo; la concertazione e’ utilissima, ma occorre fare in fretta, non perche’ lo dice l’UE, ma perche’ i problemi sono urgenti e perche’ quello che sta dicendo Monti sul lavoro, sulle, sulle infrastrutture ecc. in Germania e’ gia’ legge da 10 anni. E le leggi non le fecero i democristiani della Merkel, ma i socialdemocratici di Shroeder! Occorre legare diritti, doveri, salari e produttività in un nuovo grande “patto”. Non mi pare che tutto il sindacato sia orientato in questa direzione. Più che i diritti mi sembra che difenda simulacri di un tempo che non c’è più. Comunque è bene che discutano purché facciano in fretta!

Il 2012 sarà decisivo per l’area euro: aste di titoli pubblici,  vertice europeo di marzo, elezioni in Grecia molto probabilmente in primavera, elezioni presidenziali francesi: tutti  fattori che metteranno alla prova l’Europa, e accerteranno – scrive il Wall Street Journal – se i paesi del sud Europa ce la faranno a sopportare ulteriori tagli e se i paesi del nord Europa continueranno a pagare il conto del salvataggio.  Stanno così le cose?

Sara’ decisivo, ma mi pare che il quadro normativo che si va delineando in Europa vada nella direzione di rafforzare la governance economica e, quindi, politica della prima economia del mondo. Che poi, nel mondo, alla City londinese o a Wall Street ci sia chi “gufa” per il dissolvimento dell’Europa e, quindi, dell’euro è vero; nel 21° secolo le guerre che non si possono combattere in altro modo si combattono anche così. Si stanno ridefinendo gli equilibri mondiali e noi, qui, in Italia soprattutto, parliamo il linguaggio del ’900 e c’è chi sogna la “liretta” svalutata….roba da matti!

Se dovesse prefigurare uno scenario realistico dove ci porterebbe?

Si va incontro ad anni di forte instabilità perché non si riesce a trovare un equilibrio sulle nuove regole del commercio internazionale, sulle politiche regionali della sicurezza (quelle che una volta venivano chiamate le “zone di influenza”), sulla politica monetaria (è così avveniristico parlare di “moneta mondiale”?), sulla lotta all’inquinamento e al cambiamento climatico, al narco-traffico e alla criminalità organizzata, al terrorismo, sul deficit di energia, di acqua e di alimenti soprattutto, visto che la loro domanda cresce in progressione algebrica, mentre la loro produzione solo in progressione geometrica. Certo, le politiche di riduzione dei nostri debiti e il rilancio dell’economia e della nostra produttività segnerà miglioramenti rispetto a oggi, ma non illudiamoci di tornare ai “mitici” anni ’60 o ’80. Un mondo in cui tre milardi di persone, che fino a poco tempo fa mangiavano una ciotola di riso al giorno e oggi chiedono pari diritti a noi, provocherà nei Paesi più ricchi la necessità di rimettere in discussione i postulati di uno sviluppo che non potrà essere parametrato solo sulla logica della della produzione e del consumo. Occorre anche prefigurare, attraverso la ridefinizione dei cambi, delle regole finanziarie, delle regole negli scambi commerciali e nell’uso delle materie prime, una migliore redistribuzione della ricchezza. L’Europa, primo soggetto al mondo in tema di cooperazione allo sviluppo, deve servire anche a questo!

Italia in recessione, consumi al palo,  imprese e banche in difficoltà: al di là delle enunciazioni, ce la possiamo fare?

Si, sicuramente! Se puntiamo a trasferire le risorse dalla spesa improduttiva (gran parte della spesa pubblica) a quella produttiva. Troppe risorse bloccate in un patrimonio pubblico e parapubblico non  valorizzato che è una vera e propria “mano morta” del 21° secolo; troppe tasse su imprese e lavoro, che sono la causa anche di troppa evasione; troppi sprechi nei servizi pubblici e nella gestione amministrativa, troppe spese militari; troppa illegalità, che impedisce a capitali italiani e stranieri di investire in Italia. Anche questo è uno specifico italiano! Che la criminalità sia ovunque in Europa è vero, ma non ovunque trova popolazioni rassegnate perché, salvo eccezioni, esistono autorità deboli, reticenti, quando non conniventi, in un terzo del Paese. In Italia questo avviene e non può più durare. 

La sempre più piccola Biella come la colloca in questo scenario?

Biella più che piccola mi pare vecchia. Risente delle crisi del mondo, ma mi sembra abbia meno capacità di reazione di altri territori, pure provati da questi anni difficili. Eppure ha ancora i soldi. Tanti! La ricchezza non fa la felicità….certo   ma pensa la miseria…..Al di là delle battute, se la gente preferisce tenersi i soldi invece che investirli una ragione ci sarà. Sarà colpa della crisi, per carità, ma non è che manchino anche idee e imprenditori in grado di guardare al di là della nostra storia duecentennale? Tutti insieme dobbiamo cercare di capire perché il “capitale” depositato nelle banche non si incontra con i “bisogni”, che sono tanti, e che richiedono idee, nonché persone in grado di trasformare le idee (i “sogni”) in realtà. Quali industrie le virtù di questo territorio sono in grado di supportare? Quale è il futuro di Biella, già Città industriale prima e di servizi  poi? Quale intreccio va proposto tra cultura, istruzione, servizi, ambiente, sport, industria per presentarci all’esterno come un territorio che vuole far capire che il PIL non potrà più essere l’unico parametro per indicare la qualità della vita? Sono domande su cui occorre che le Istituzioni chiamino a raccolta le forze vive della società. E poi smettiamola con la tiritera della nostra storia..di quanto eravamo bravi, ecc.! Tutte le volte che partecipo a una manifestazione sento ricordare quanto eravamo bravi! Vero…forse….ma non basta più! Dobbiamo attingere alla nostra storia senza dire più quanto eravamo bravi. Ognuno di noi quando interviene in pubblico dovrebbe parlare solo del futuro, lanciare idee, proporre soluzioni, incutere speranze concrete…se ne ha…o tacere..se ci riesce.

Ultime domande politiche: c’è del vero nella storia della telefonata Merkel-Napolitano che avrebbe chiuso l’era Berlusconi?

Nei “corridoi” della politica europea si coglieva che il fastidio per Berlusconi era insopportabile ed esplicito, anche nella destra europea, ma che la Merkel abbia chiesto al Capo dello Stato di fare di tutto per rimuovere il Capo del Governo non sta né in cielo né in terra. A qualcuno (V. il WSJ), anche al di là dell’oceano, forse fa comodo presentare così la dialettica politica europea. Anche questo aiuta le agenzie di rating e i grandi detentori del risparmio mondiale a indirizzare altrove i loro investimenti, ma, forse, farebbero bene a guardare anche cosa sta avvenendo nel confronto politico negli USA. C’è poco da stare allegri  anche là, tra debito alle stelle, disoccupazione elevata, sognatori disillusi, cow-boy di ritorno, cristiani neofondamentalisti, the-party, miliardari alla Berlusconi che sfidano il vecchio establishement per la presidenza…. Quanto mancano anche là i Kennedy, gli Eisenhover, i Clinton! Questa campagna elettorale americana che comincia ci fa provare nostalgia persino degli scontri Nixon-Mc Govern o Carter-Ford, il che è tutto dire!

Lei ha scelto in primavera  di abbandonare il Pd per Montezemolo e per un progetto di rinnovamento della politica che certamente nella stagione Berlusconi ha abdicato al proprio ruolo. Quando prevede un ritorno alla sovranità popolare con le elezioni?

Io ho lasciato il PD non certo “per Montezemolo”, ma perché il PD non è un’alternativa in grado di ricostruire l’Italia sulle ceneri lasciate dalle nefandezze compiute da Berlusconi e soci. ITALIA FUTURA e il suo Presidente (Montezemolo) hanno idee molto chiare – che condivido – su come cambiare l’Italia. L’incontro è sui contenuti. Io non ho mai aderito, né mai aderirò, a un partito o a un movimento per il leader. Noi vogliamo lanciare un grande movimento civico, nazionale ed europeista, innovatore e, quindi, riformatore, nel solco della migliore tradizione democratica del Paese, la cui nascita e crescita può solo derivare da una scomposizione e ricomposizione dell’attuale quadro politico e che coinvolgerà anche le correnti più aperte del mondo cattolico . Mi auguro che si arrivi alla fine della legislatura, per consentire a Monti di fare quello che maggioranza e opposizione non hanno saputo o voluto fare, ma non so se Monti ce la farà a superare le resistenze di chi vorrebbe tornare a votare subito.

In questo caso si candiderebbe? E con chi?

Come si fa a parlare di candidature oggi? Comunque sto al “gioco” e dico che chi ha fatto le scelte che ho fatto io potrà solo candidarsi nella lista che nascerà….se nascerà….da quel movimento civico di cui ho parlato prima. Ma adesso c’è un’altra urgenza! Capire che fine farà il referendum voluto da 1.200.000 cittadini. Prima salviamo questa grande spinta al rinnovamento della politica, che non potrà essere vanificata ricorrendo ad elezioni anticipate, e poi penseremo alle prossime elezioni.

Si dice che lei stia lavorando a Biella per ricompattare un’area che va dai  centristi del Pdl con i Pichetto e i Gentile ai centristi del Pd che già sono entrati nel “suo” movimento: è un “disegno” credibile?

Intanto noi non immaginiamo zattere di salvataggio per un ceto politico sconfitto o in disarmo.  Gentile e Pichetto, ma potrei citarne altri, sono persone perbene, a cui sono legato da stima e amicizia, ma non dimentico che loro sono andati a destra, con “questa” destra, e ci sono rimasti senza pentimenti e senza alcuna riflessione critica fino al suo tracollo. Loro sono stati, almeno a Biella,  dei “capi”, non dei semplici elettori o militanti e questo è un grandissimo limite. Ecco perché LAB21, come il movimento che sta nascendo a livello regionale e nazionale, punta su persone che con maggiore coerenza, rischio e tempestività abbiano sottolineato la distinzione dalla sinistra, ma soprattutto su chi è stato, proprio perché moderato, alternativo alla destra che ci ha mal governato in questi lunghi anni. Noi facciamo appello ai cittadini prima che al ceto politico, ai delusi della destra, agli elettori moderati che non scorgono una vera novità nel Terzo Polo, a quegli elettori di centro sinistra, come me, o di sinistra riformista che non si sentono più rappresentati da questo PD, dal giustizialismo populista di Di Pietro o dalle “narrazioni” radicaleggianti di Vendola e che vogliono rivoltare l’Italia come un calzino per restituirle il ruolo che le spetta, in Europa e nel mondo. Biella, l’Itlalia e l’Europa hanno bisogno di guardare con fiducia al futuro, futuro che non può essere dato da chi ha mediocremente gestito il presente e non ha avuto il coraggio di prendere in tempo le distanze da esso.

Intervista a Gianluca Susta – Eco di Biella, 9 gennaio 2012

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