Commento sui risultati elettorali…

L’era Berlusconi non è finita, ma – per dirla alla Maroni – la sberla è stata potente.

Il vento è cambiato e ci sono le condizioni perché l’Italia diventi un Paese “normale”.

Ma che cosa vuol dire diventare un Paese normale?

Vuol dire vivere in un Paese in cui il rispetto delle regole prevale sulla protervia del potente di turno; in cui l’interesse pubblico prevale su quello privato; in cui chi governa la cosa pubblica non mischia gli affari suoi con quelli di tutti; in cui il consenso elettorale può servire a modificare le leggi, ma non è una buona ragione per calpestarle; in cui l’equilibrio dei poteri è una condizione di sopravvivenza dei sistemi nati dalla tradizione liberale e democratica; in cui la coesione nazionale e la vocazione europea rappresentano il fondamento dell’identità condivisa; in cui la lotta contro la criminalità organizzata e il malaffare è una priorità delle Istituzioni; in cui nella pubblica amministrazione si entra per titoli e per concorsi e non per raccomandazione; in cui il merito non viene mortificato a causa delle clientele; in cui l’evasione fiscale viene davvero perseguita; in cui l’assenteismo è innanzitutto un’offesa ai propri colleghi prima ancora che al “padrone”; in cui la giustizia è veloce; in cui, nei processi, accusa e difesa hanno pari diritti e doveri; in cui i doveri pubblici e verso gli altri prevalgono sui diritti, tutto il contrario, in altre parole, di quel che ha rappresentato il berlusconismo.

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Sull’aggiornamento di stipendi e indennità. La mia posizione

La polemica scatenata in Spagna sui social network e ripresa stamane da REPUBBLICA.IT sul voto della maggioranza del Parlamento Europeo che ha respinto gli emendamenti volti a bloccare l’adeguamento annuale degli stipendi e delle indennità dei Deputati europei e a non consentire i voli in business per tratte inferiori alle 4 ore, è una di quelle questioni sensibili che, in questo momento di crisi, richiederebbero da parte nostra maggiore attenzione.

Qualche Collega, con cui discutevo ieri di questo tema, mi ha dato del demagogo perché ho votato a favore degli emendamenti, che poi sono stati bocciati.

Voglio solo dire che sarei stato demagogo se, sapendo che la maggioranza mai lo avrebbe permesso, avessi votato,  al solo fine di “farmi bello”, a favore di eventuali emendamenti finalizzati a ridurre gli stipendi (che – ricordo – al Palramento Europeo sono già stati abbondantemente ridotti con il nuvo statuto degli europarlamentari che ha fissato in misura uguale per tutti, indipendentemente dal Paese di origine, stipendi ed indennità), ma trattandosi di emendamenti che volevano solo il mantenimento degli attuali già più che sufficienti importi mi chiedo quale grande sacrificio comportasse questa decisione.

Quanto ai viaggi, anche qua il sacrificio richiesto era minimo.

A volte ci vorrebbe proprio poco per riavvicinare la gente alla politica.

Abbiamo sicuramente perso un’occasione.

La vera sfida per Torino

Qualche amico mi ha telefonato in questi giorni e mi ha chiesto che cosa penso di Torino, delle primarie, del successo di Fassino.

Devo dire innanzi tutto che ho ritenuto, fin dall’inizio, profondamente sbagliato “usare” Torino (mandando il migliore dei leader nazionali del PD, per serieta’ e umilta’) come l’ultima spiaggia a cui ancorare un progetto – quello del PD – che ormai e’ tramontato o, meglio, riassorbito dentro la storia, i linguaggi, le liturgie, le metodologie, i comportamenti della sinistra postcomunista, in cui un qualche ruolo cercano ancora di giocarlo quei cattolici democratici che hanno archiviato in fretta l’esperienza originale della Margherita e che hanno tentato di mantenere un simulacro di organizzazione al solo fine di “strappare” spazio all’egemonia (ex)diessina, facendo del PD, sostanzialmente, un partito di ex comunisti ed ex popolari, condito con qualche laico, poco autorevole e ancor meno rappresentativo, che pero’ serve (e quindi merita la sua fettina di posto al sole) al fine di dimostrare che l’amalgama, al contrario di quel che dice D’Alema, e’ invece ben riuscito.

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Questo PD non può vincere

La “chiamata” alle armi espressa da Sandro Gozi lunedì su Europa è condivisibile, ma non condivido affatto la sua tesi che non si vinca “al centro”. Il problema non è solo vincere costruendo alleanze a tavolino con l’Udc o con il nascente e/o temuto “Terzo polo”, ma anche vincere “al” centro.

Chiamata alle armi per che cosa? Per vincere le elezioni, mi si dirà. Ma vincere per fare che? E guidati da chi? Da Pierluigi Bersani, da Nichi Vendola o da Emma Bonino? Ma dobbiamo vincere le regionali in Emilia, in Puglia (con l’Udc che sta autonoma è anche abbastanza facile…) o le politiche in Italia? Dobbiamo parlare al paese o alla solita minoranza militante e urlante?

Mi dispiace doverlo dire con crudezza e durezza: così non andiamo da nessuna parte. Dal congresso a oggi non una scelta chiara, non un programma.

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PD, ricorda la cura Amato

Nihil sub sole novi diceva il grande Seneca. Leggendo l’atteggiamento prevalente nel Pd sulla manovra economica non si può non andare con la memoria all’atteggiamento che tenne l’allora Pds nei confronti della “scure” di Amato sui conti pubblici del ’92, anch’essa, come quella di Tremonti, non certo “equa” e poco orientata alla “crescita”. Lo ricordo in estrema sintesi. Lo scenario era il seguente: dollaro a 1300 lire; marco a 940 (con oscillazione nello Sme consentita fino a lire 765,4 e, quindi, lira fuori dallo Sme); 48mila miliardi spesi inutilmente dalla Banca d’Italia per opporsi all’assalto della speculazione finanziaria che “giocava” sterlina contro lira; debito pubblico in esplosione. Uno scenario simile a quello di alcuni paesi europei di oggi. Bene, in quel contesto alcuni “professori” ed esponenti miglioristi della sinistra (Riva, lo stesso Visco, Napoleone Colajanni, Borghini, ecc.) tentarono di raccogliere delle firme durante l’assemblea dei deputati della Quercia a (parziale) sostegno della manovra.

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Piemonte: tra resa dei conti e alternativa

Stupiscono le “voci ” raccolte dalla stampa torinese tra i quadri del PD a commento della sconfitta elettorale.

Stupisce ancor di più che “qualcuno” – che non si manifesta pubblicamente – osi attribuire la responsabilità della sconfitta alla candidata. Con Bresso il centro sinistra ha fatto il pieno dei voti; con Chiamparino forse ne avremmo guadagnato qualcuno su un fronte ma ne avremmo persi su un altro.

Non cerchiamo alibi per favore!

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Il coraggio della verità

Il primo contributo che dobbiamo dare per rispondere al deludente risultato è parlarci chiaramente tra noi.

Non abbiamo bisogno di dichiarazioni “liturguche”, autoassolutorie, quali quelle con cui il gruppo dirigente nazionale ha accolto un risultato oggettivamente negativo.

Abbiamo perso!

16,5 milioni di Italiani da oggi hanno un Governo regionale di destra; Vendola vince in Puglia “nonostante” il PD, che ha cercato in tutti i modi di non candidarlo; il salto sul carro in corsa lanciato dalla Bonino si è rivelato perdente e l’alleanza posticcia con l’UDC non ha impedito in Piemonte di consegnare alla destra e alla Lega una Regione “chiave”, peraltro ben governata. L’astensionismo ha colpito anche il PD, il che significa che molti elettori di centro sinistra non ci ritengono “l’architrave dell’alternativa”.  

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