Chiamiamolo Bertoldo

 

IL COMMENTO
di Gianluca Susta (gennaio 2007)
CHIAMIAMOLO …..BERTOLDO!

A proposito di Consorzio dei Comuni
Non so se vi sia un virus letale che ha colpito la politica biellese ultimamente, ma sta emergendo veramente il peggio del nostro modo di essere. Dai rapporti personali a quelli istituzionali tutto appare come impazzito, finalizzato solo a distruggere, a umiliare, a frenare ogni possibile cambiamento in un godimento da "cupio dissolvi" che se non fosse vero sarebbe inimmaginabile.

 

Il Commento – gennaio 2006

 

 Nelle more del mio impegno – totalmente assorbente – in Regione ritorno momentaneamente alla mia, vera, unica, passione che è la politica.

In questa Italia, in questo sistema politico, in questo centro sinistra in cui non si capisce più il confine tra idealità e interesse di parte, interrogarci sulle prospettive future della politica, è la stessa cosa che parlare di politica con la “P” maiuscola.

Francesco Rutelli ha da alcuni mesi rilanciato con forza la prospettiva del partito democratico come la “nostra” prospettiva.

 

Il Commento – aprile 2006

 

Ho atteso un po’ prima di scrivere questo commento.
C’è qualcosa di impalpabile che mi sfugge e che faccio fatica a mettere a fuoco nel risultato elettorale, ma, anche sollecitato da qualcuno, quanto meno ci provo.
Innanzi tutto va detto che il centro sinistra ha vinto. Di poco, ma ha vinto.

 

GLOCAL ..PIU’ CHE LOCAL. A proposito di Biella e Biverbanca.

 

Dopo mesi, per non dire anni, in cui Biella si piange addosso su…tutto (non c’era bisogno che venisse Chiamparino a dirci di smetterla di farlo; modestamente l’ho detto più volte anch’io, anche quando ero Sindaco…) proprio non ci voleva anche la vicenda Biverbanca per continuare il piagnisteo sull’abbandono del territorio, sulla ennesima privazione di risorse, sulla "prova provata" della disattenzione di Stato, Regione, politici, uomini di finanza, bla, bla, bla……
Io sono contento, come italiano, che Banca Intesa e San Paolo di Torino abbiano dato vita alla quinta banca europea e sono convinto che un sistema finanziario forte, in grado di competere con i colossi bancari d’Europa o del mondo, sia un vantaggio per i consumatori e un indispensabile strumento anche per il nostro sistema produttivo che, soprattutto alla luce di "Basilea 2", deve, anche finanziariamente, rafforzarsi sempre più.
Sono anche convinto che la concorrenza sia un bene, quando è retta da regole e non dalla "legge della jungla" e che, quindi, occorra evitare che si creino oligopoli, improprie concentrazioni, posizioni dominanti. Su questo l’Europa vigila e, spesso, i "burocrati" di Bruxelles hanno dato sonore batoste ai baldi americani che pretendono liberismo nel mondo ma alzano barriere a casa loro.
E’ in questo quadro che va collocata la vicenda di Biverbanca, altrimenti o ci si abbandona all’ennesimo piagnisteo o si rischia di dare risposte sbagliate a un problema vero e si guarda al futuro con lenti del passato, soprattutto di un passato che non c’è più.
E’ così vero che Biverbanca sia ancora "diversa" e che in essa soffi ancora lo spirito di Mons. Losana? O, come dice l’Avv. Squillario, che Biver difende più di altre banche le ragioni del territorio e che, quindi, va salvaguardata nella sua autonomia e nella sua territorialità? E se è così vero, è giusto utilizzare il patrimonio della Fondazione della Cassa di Risparmio ("madre" di Biverbanca), accumulato a seguito della vendita parziale, ma maggioritaria, della "figlia", per mantenere questo baluardo economico-finanziario a difesa del nostro sistema produttivo e del risparmio delle nostre famiglie? E’ giusto che gli imprenditori biellesi mettano mano al portafoglio per acquistare da Banca Intesa/San Paolo la banca che fu fondata da Mons. Losana?
Io credo che le cose complesse non possano avere risposte semplici e che, quindi, non si possa rispondere sì a tutte queste domande, come molti hanno con faciloneria fatto nei giorni scorsi.
Io sono uno dei tantissimi biellesi clienti di Biverbanca, ma lo sono anche di altre banche e, sinceramente, tutta questa differenza tra la "nostra" e le altre "banche" non la vedo. Le banche sono banche e se la Biver negli ultimi anni ha finanziato operazioni "pubbliche" importanti (non certo a costo "zero") è perchè l’intreccio tra i suoi interessi e il suo radicamento è così forte che ciò che a prima vista sembra un rischio per essa è in realtà un forte strumento di pubblicità. Io – piccolo professionista, piccolo proprietario – sono cliente di Biver più per affezione che non per le buone condizioni, perchè queste me le praticano anche le altre banche di cui mi servo e sull’affezione mia, come di decine di migliaia di biellesi, ancora oggi Biver fonda la sua forza. Quanto alla maggior sensibilità verso il sistema produttivo, anche nei momenti di difficoltà, soprattutto negli ultimi anni, non può sfuggire a obiettivi analisti che ciò è vero, ma si è reso possibile anche perchè Biver è inserita in un grande gruppo che ha la forza di "incassare" le botte e, contemporaneamente, di rimettere con efficienza in circolo le risorse accumulate dal risparmio e da una corretta gestione con nuovi prodotti e a costi competitivi che solo le economie di scala dovute all’essere in un grande gruppo le consentono. Non è, quindi, "etica", "ideologica" o "culturale" (definitela come volete) la "diversità" di Biver, ma è strutturale, vale a dire che riesce ad arrivare dove altri non arrivano perchè è una banca "locale" che è inserita in un grande gruppo "globale" che, fino ad oggi, l’ha supportata nella sua azione sul territorio perchè fare così "rende", non perchè è "eticamente" giusto.
Da questa prima considerazione, doverosamente lunga, discendono le risposte alle altre domande.
Pare che la nuova "Superbanca", proprietaria del 55% di Biverbanca, non voglia vendere; pare che i "vertici" la ritengano strategica e che considerino la sua "territorialità" un importante atout per il perseguimento dei loro fini. Se è così dov’è il problema? Nella riduzione di qualche posto da dirigente o di qualche impiegato? Non credo e non perchè non veda l’aspetto umano e sociale del problema, ma perchè altre esperienze dimostrano che solo da un profondo rinnovamento dei quadri derivano nuove possibilità per giovani diplomati e laureati (e assai più motivati) di entrare nel mercato del lavoro; banche comprese
Dubito però che la nuova "superbanca" voglia davvero mantenere l’integrità di Biverbanca.
Intanto perchè la questione degli sportelli in esubero c’è e l’antitrust interverrà per costringere la "superbanca" a liberarsene e poi perchè "tra le righe" del detto/non detto dei "vertici" della "superbanca" si coglie una distonia tra le strategie annunciate e la permanenza di Biver in questo contesto.
La prima conclusione mia è, quindi, che è utile preservare l’autonomia di Biver, la sua territorialità, non solo necessariamente biellese, ma piemontese e valdostana (e sempre più!), promuovendo la sua uscita dal sistema "San Paolo/Intesa", ma….con ……alcuni ma…
Innanzi tutto non per lasciarla sola. Occorre fare di tutto perchè Biver sia venduta se non ci sono garanzie sulla sua autonomia nel nuovo supergruppo, ma solo se si riesce a fare un’operazione che la immetta in un nuovo network forte; da sola non andrebbe da nessuna parte e non avrebbe più la forza di vendere prodotti all’altezza delle necessità del nostro sistema economico e produttivo. Squillario ha ragione a perseguire tutte le strade per inserire Biverbanca in un altro supergruppo che abbia questa forza e tutti noi abbiamo il dovere di supportarlo (io personalmente poi l’ho supportato tante volte anche quando non condividevo quello che faceva, quindi…..).
Ma se "l’indagine di mercato" sui possibili, forti e autorevoli acquirenti non darà risultati, per favore non utilizziamo neanche un euro della Fondazione per riacquistare Biverbanca così com’è, perchè fuori da un grande network non ha alcun futuro, a meno che il disegno non sia quello di trasformarla in una banca di credito cooperativo, dallo spirito fortemente mutualistico, quasi nuovamente "etico", davvero orientata a servire non tanto un sistema industriale che si deve rilanciare e deve finanziariamente e patrimonialmente rafforzarsi, quanto le esigenze dei piccolissimi imprenditori, del popolo delle partite IVA, di quelli che vogliono "aprir bottega" ma non hanno garanzie, proprietà, fidejussioni da offrire. Un disegno "sociale" che guarda ai giovani precari, agli immigrati che stanno sostituendo i vecchi ambulanti e i pochi contadini di cui c’è ancora bisogno, alla famiglia che vuole migliorare la sua posizione e che non trova ascolto nelle banche normali, un popolo ricco di idee, di progetti, di "denti per mordere", ma privo di soldi e che non ha audience,nemmeno in Biver. Ma questo disegno non garantirà il mantenimento di tutti gli attuali sportelli, di tutti gli attuali posti di lavoro e, soprattutto, dei profitti che garantiscono alla Fondazione di aiutare il territorio biellese. Occorre evitare che l’operazione sia doppiamente perdente: non avere più, cioè, una banca inserita in un gruppo forte e non avere neanche più una Fondazione patrimonialmente forte. Se così fosse avremmo arrecato, in nome della sua difesa, il più grande disastro economico al territorio dai tempi del fallimento del Credito biellese (attenzione: la storia si ripete….)!
Per questo, a mio avviso, l’unica strada è quella di trovare un grande gruppo disponibile ad acquistare Biverbanca, magari mettendo sul piatto parte del pacchetto ancora in mano alla Fondazione CRB, ma non certo l’acquisizione sic et simpliciter dell’attuale Biverbanca sulla base del ……poi vedremo….
Semmai chiediamoci se, indipendentemente da Biverbanca, non sia il caso, coinvolgendo il terzo settore, di promuovere comunque una banca di credito cooperativo con le caratteristiche di cui sopra, per rendere efficiente la quale sono sufficienti pochi milioni di euro, ma assolutamente ben spesi perchè andrebbero incontro alle esigenze di un "popolo nuovo" che sta nascendo sulle ceneri del vecchio mondo.
Quanto agli imprenditori, evitiamo di fare sciocchezze!
Siccome sono stati, negli ultimi giorni, così prodighi di critiche nei confronti dei politici locali – che hanno incassato senza replicare come se fosse colpa loro se lo Stato non fa l’autostrada o non elettrifica le ferrovie – accettino qualche pungente osservazione.
La storia dell’imprenditoria biellese è una storia prevalentemente di successi e di dinamismo; su quei successi e sul quel dinamismo – ottenuti comunque anche grazie ai sacrifici dei lavoratori e alle ingiustizie dagli stessi subiti – si è costruita una delle province ancora oggi tra le più ricche dell’Italia.
Onore al merito, quindi, ma nulla è eterno! Neanche il merito! E neanche la considerazione di chi – come me – ha sempre cercato di tenere in debito conto le ragioni delle imprese; se vale per i politici, vale anche per gli imprenditori: la fiducia e l’attenzione, a maggior ragione nel mondo globale, sono – come diceva lo spot di "Carosello" – "una cosa seria che si dà alle cose serie…"!
E allora permettetemi qualche affondo.
Quanto avete investito per diversificare e non solo per delocalizzare (eppure l’accordo multifibre che si sapeva avrebbe creato qualche difficoltà al tessile, soprattutto di bassa qualità, è vecchio di oltre dieci anni)? Quanto avete messo quando la FILA, per citare un caso, di proprietà di un fondo chiuso americano, ha deciso di chiudere nonostante un brand forte e fatturati significativi? Quanti progetti avete realizzato nei settori nuovi, tecnologicamente avanzati, al pari di altri territori? E’ vero o non è vero che nella migliore delle ipotesi avete innovato nel tessile (e già questo è tantissimo e va a merito di chi l’ha fatto)? Ma col "fieno che avete in cascina" – magari in Biverbanca – non potevate e non potete investire nel nostro territorio, reindustrializzandolo nei settori innovativi invece che pensare di investire nelle banche? Siete artigiani tessili o siete imprenditori, vale a dire che sapete organizzare i fattori della produzione – capitale e lavoro – là dove il mercato chiede? Tessile o non tessile? E se invece di rincorrere Salza e Passera parlaste qualche volta con Marchionne non sarebbe più utile?
Scusate la franchezza, ma solo l’idea che i soldi dei capitalisti biellesi, fatti anche grazie al sudore della nostra gente, debbano servire per ricomprare una banca quando tutti sanno che in Italia c’è un eccesso di banche "ordinarie" mentre mancano i finanziatori delle "buone idee senza soldi" e nessuno o pochissimi, nel Biellese, investono in nuove, diverse, attività industriali (al contrario che in Europa o in America dove borse di studio, prestiti d’onore, finanziamento di attività di ricerca e tutoraggio nelle fabbriche, per citare alcuni esempi, sono all’ordine del giorno) mi indigna.
No, caro Rondi, non è giusto che Voi mettiate una sola lira in Biverbanca! Aiutate Squillario e c. a trovare un grande gruppo che la compri, ma se ciò non fosse possibile investite quel denaro per creare nuovo e produttivo lavoro, che recupererà anche quello che si perderà inevitabilmente in Biver e che sarà stato speso per evitare la desertificazione produttiva del nostro Biellese.
Gianluca Susta

Sempre a proposito di …PENSIERINI…

 

IL RIFORMISMO NON E’

  • Permettere di vendere i farmaci a tutti, ma semmai permettere a tutti i farmacisti di aprire una farmacia senza numeri "chiusi";
  • abolire gli atti notarili sulle compravendite delle auto, ma semmai abolire il numero chiuso dei notai;
  • lasciare vendere nei supermercati la benzina, ma semmai ridurre le accise e obbligare i petrolieri a diminuirne il prezzo quando cala quello del petrolio;
  • abolire le giunte municipali nei comuni piu’ piccoli ritornando al podesta’, ma non corrispondere semmai indennita’ a consiglieri e assessori nei comuni fino a 5000 abitanti;
  • liberalizzare i barbieri, ma semmai spezzare i grandi monopoli, pubblici e privati;
  • semplificare le aperture delle autoscuole, ma decidere sulla tav, sulla variante di valico, sull’elettrificazione delle linee ferroviarie dove non c’e’; ecc.ecc.ecc.

QUALE RIFORMISMO?

Sono sicuro che i cittadini vorrebbero un Paese:

  • in cui ci si preoccupa di dare un futuro ai giovani piuttosto che dell’età in cui dobbiamo andare in pensione noi genitori;
  • in cui si spende piu’ in ricerca che in sussidi di disoccupazione;
  • in cui i treni e gli aerei arrivino in orario;
  • in cui si facciano le infrastrutture necessarie allo sviluppo;
  • in cui i piani regolatori dei comuni vengano approvati in tre mesi e non in tre anni;
  • in cui si colpisca l’imprenditore o il professionista che evade, ma anche l’operaio che lavora in nero e si prende pure l’assegno di disoccupazione;
  • in cui si rimettono i comuni al centro del sistema istituzionale oggi penalizzati da una finanza pubblica che favorisce le incrostazioni del centralismo;
  • in cui si spezzano i monopoli pubblici (ENI,RAI, grandi municipalizzate) e si costringono quelli privati (mediaset, Telecom, ecc.) a reggere davvero le sfide del mercato e della concorrenza;
  • in cui si combatte sul serio, soprattutto al sud, l’intreccio tra criminalità e istituzioni perchè i cittadini non si vedano aggrediti, sommersi dai rifiuti, senza acqua nei rubinetti,con ospedali in cui si muore e senza pulizia nelle strade;
  • in cui gli immigrati si sentano a casa propria e siano messi in condizione di rispettare le regole comuni;
  • che torna a contare in europa e nel mondo; che non si sottrae al suo ruolo internazionale; che non fugge di fronte alle difficoltà; che è coerente con la sua scelta occidentale senza servilismi verso nessuno;
  • in cui si capisca che l’ambiente non è una risorsa infinita, da spremere come un limone e per la cui salvaguardia occorre investire coraggiosamente nelle fonti alternative e rinnovabili di approvigionamento energetico; sugli impianti negli edifici civili; sulle biomasse e sui biocarburi; sull’eolico e l’idroelettrico senza che nessuno possa impedire che lo si faccia "nel proprio giardino";
  • in cui le coalizioni siano omogenee e le alternative di governo chiare.

Potrei continuare.

Purtroppo quello che risulta in modo chiaro ai più è che per ora il riformismo che si vede…..non è riformismo…Sono "segnali" che si intende mandare all’opinione pubblica perché non si può o non si vuole fare di più. Siamo solo all’inizio, è vero! Ma senza scomodare i vecchi proverbi (del tipo: "il buongiorno si vede dal mattino") in politica più che mai….."tempus fugit…" e quello perso non si recupera più.

Pensiamoci. Tutti insieme.

Gianluca Susta

 

 

A PROPOSITO DI MADE IN

 

Luciano Barbera, criticando una recente norma della Legge Finanziaria che a mio giudizio va
chiarita ma che non dovrebbe avere la portata che Lui teme, sollecita l’adozione di una "Legge Europea" che obblighi l’applicazione del "Made In" sulle merci importate in Europa che risolva una volta per tutte un problema che, ormai, i singoli Stati membri dell’UE non possono più risolvere.
La richiesta di Barbera è più che legittima anche se in un’economia "globale" non è con i dazi o con il protezionismo che si difende il nostro apparato produttivo.
L’imposizione dell’obbligo del "Made In" è innanzi tutto un’esigenza essenziale per difendere il consumatore e sta raccogliendo solidarietà (ma anche contrarietà) a livello europeo ed è stato finora il principale impegno che, nell’interesse del territorio, ho assunto come parlamentare europeo.
Qualche premessa e qualche fatto prima di un commento conclusivo.
Fino a maggio 2005 (lo incontrammo di persona anche Edgardo Canuto ed io a Torino a margine di una Conferenza internazionale sul lavoro) il Commissario al Commercio Internazionale Mandelsson, fedele interprete di una concezione "ultraliberista" del commercio internazionale, non voleva neanche sentir parlare di obbligatorietà del marchio all’importazione. Per Lui, come per tutti i "nordici" (britannici in testa) il protezionismo dei sistemi industriali "decotti" (a loro giudizio) come il tessile europeo andava abbattutto sotto i colpi della libera concorrenza. Su questa linea liberali, conservatori (mi dispiace per Luciano Barbera) e laburisti britannici erano allineatissimi.
Col tempo e a seguito del lavorio al fianco dell’Unione Europea dei Governi del sud Europa, di Confindustria, dei Sindacati, delle Regioni e di tanti altri soggetti, lentamente le ragioni dei fautori del "Made In" si sono fatte avanti e a dicembre del 2005, molto correttamente, Mandelsson, a ciò sicuramente spinto da pressioni politiche sul Presidente del "Governo" europeo Barroso, ha presentato al Consiglio dei Ministri degli Stati membri la sua proposta, che è stata però bocciata dalla "Santa Alleanza" dei Paesi del Nord (Germania e Gran Bretagna in testa). A luglio il Parlamento europeo, con una risoluzione firmata anche da me per il mio gruppo (l’Alleanza dei liberali e Democratici Europei) e presentata da Enrique Baron Crespo, già Presidente del Parlamento e ora Presidente della Commissione Commercio Internazionale del PE, ha approvato la proposta della Commissione, "rilanciando" la palla al Consiglio dei Ministri. A ottobre, in previsione della Presidenza tedesca del primo semestre 2007, è stato sottoposto ad Angela Merkel il problema dal Governo italiano e sono state avviate tante iniziative, piccole e grandi, perchè la "Legge Europea" auspicata da Luciano Barbera e che esiste in altri Paesi (USA, Cina, Canada,
Brasile, Giappone), diventi realtà. Nel frattempo è partita la campagna promozionale del Comitato per il Made In obbligatorio nei Paesi del Nord Europa e nelle prossime settimane spero di poter organizzare un incontro tra il Comitato stesso e il nuovo "Ministro" europeo (una bulgara) per la tutela dei consumatori per prospettare a Lei quanto abbiamo anche ribadito recentemente a quello per il mercato interno, l’ungherese Kovacs.
Ce la faremo tutti insieme? Non lo so. Io lo spero. So però che è una battaglia lunga e dura, dove ci vuole coraggio, determinazione, peso politico e sapere che non siamo soli in questa battaglia. E so anche che per il nostro territorio questa battaglia, da cui dipende molto del futuro del nostro settore produttivo, vale molto di più di tante parole su questa o quella questione locale che stanno riempiendo le polemiche di fine e inizio anno. Ma sono queste le battaglie che vale la pena di combattere….

Gianluca Susta

 

MARGHERITA ADDIO !! Pensieri a margine del congresso

Premetto che non citerò nessuno; se qualcuno riconoscerà qualcun altro in uno dei "pensieri" di questo articolo sarà una sua "libera interpretazione".
Invito anche a non drammatizzare il titolo: per chi è stato appena eletto a Coordinatore regionale della Margherita un’interpretazione troppo letterale farebbe intendere un’arteriosclerosi incipiente.
Premesso ciò non c’è dubbio che siamo entrati in una storia nuova, affascinante ma difficile perchè non è un congresso – anzi due congressi! – che cancellano le difficoltà, le forzature, le superficialità, le impreparazioni verso l’appuntamento con la storia, anche se, a consolarci, c’è proprio il fatto che, nella storia, spesso, i fattori scatenanti dei grandi eventi sono stati all’inizio deboli, traballanti, incerti.
Lavoreremo in questo anno per costruire il "partito nuovo", la "casa comune dei riformisti", il grande partito del riformismo del 21° secolo. Abbiamo archiviato la Margherita, ma abbiamo il dovere di lavorare perchè quello in cui crediamo non venga disperso nella "nuova casa". Questo è il senso del mio, del nostro impegno, a tutti i livelli in questo anno che viene.
Ma qualche riflessione sul passato, su questi sei anni, su come siamo arrivati all’appuntamento congressuale si impone.
Si percepiva al congresso della M. un’aria di scontato; nella M. non ci potevano essere le lacrime – perchè non si usciva da alcuna "storia" – ; non c’erano rimpianti – perchè oggettivamente non c’era nulla da rimpiangere, visto che eravamo nati nella convinzione che avremmo dovuto un giorno riunire tutti i riformismi superando noi stessi e, infine, diciamocelo: non avevamo "icone" che storcevano il naso rispetto a una scelta ovvia, scontata, che era nel DNA della M. fin dall’assemblea costituente.
Ma la "scontatezza" del congresso nascondeva anche altri aspetti che cercherò di evidenziare brevemente.
Ci credevamo in pochi 13/14 anni fa al progressivo convergere non solo in una coalizione di governo, ma anche in un vero e proprio partito, dei "rifomisti". Da Sindaco di Biella prima e da Vicepresidente dell’ANCI (in quota "popolare") poi persin su "IL POPOLO" scrissi qualche pezzo sulla necessità di creare la "casa comune dei riformisti" nello scetticismo dei più. Quando ripresentammo la Lista dell’ORSO nel ’99 (nata alla fine ’94 in previsione delle amministrative del ’95) l’allora segretario regionale del PPI mi disse: "dove andremo a finire con la lista dell’orso a Biella o la Margherita a Trento? Così facendo faremo la lista dell’uva ad Alba, del riso a Vercelli, ecc."…… Poco prima del congresso del PPI del gennaio 1997, un giovane emergente, da poco rientrato nel PPI e subito proiettato al vertice, mi disse: "il tuo è un progetto ambiguo; non possiamo sacrificare la nostra identità in un contenitore di più culture politiche". In quel congresso (1997) i popolari piemontesi non vollero che l’unico Sindaco di capoluogo di Provincia che avevamo in tutto il triangolo industriale, col partito al 2/3% a Torino e poco più nel resto del Piemonte (ma con la lista dei "Popolari e Democratici" al 20% a Biella), entrasse in Consiglio Nazionale; a Lorenzo Dellai (fondatore della Margherita trentina) – due anni dopo – "si dimenticarono" di mandare la delega al congresso di Rimini che solo per l’intervento del compianto On. Lavagnini (sottosegretario agli Interni) gli fu poi recapitata. Potrei continuare, ma mi fermo qui. Questi aneddoti mi sono serviti per dire che per qualcuno la Margherita non è stata l’ultima scialuppa di salvataggio dopo il naufragio delle europee del ’99; non è stata una tappa transeunte verso il tanto agognato incontro con le "sinistre" da certe minoranze cattoliche che il prevalere del comunismo nella sinistra italiana aveva impedito, ma lo strumento politico per dare vita a un progetto riformista, che dal meglio delle culture democratiche dell’Italia traesse l’ispirazione per gettarsi dietro le spalle l’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità organizzata che aveva messo in ginocchio il Paese; le conseguenze di un debito pubblico spaventoso; la indecente arretratezza del sud; l’assistenzialismo clientelare e rilanciasse l’Italia della creatività, della fantasia, della stretta sinergia tra la piccola e media impresa e il mondo del lavoro.
Per chi ci aveva creduto davvero la M. avrebbe dovuto lanciare una sfida vera ai DS sul terreno della socialità, della libertà e della modernizzazione del Paese; avrebbe dovuto quasi "svuotarli" dall’interno, farne esplodere le contraddizioni (quelle che oggi hanno portato Mussi e Angius fuori dal partito per intenderci) per carpirne il meglio e rigenerarlo, appunto, in un nuovo, più grande, "partito democratico".
La M. a essere tutto questo non ci ha neanche quasi provato e quando "qualcuno" al vertice ci ha provato….beh! …………..ricordiamoci le fasi precongressuali di Rimini e anche l’ultima.
La M. è andata avanti anni per "quote", per "cooptazioni", per autoreferenzialità, con un modo di "governarsi" in cui soprattutto la componente maggioritaria – i popolari – hanno continuato a comportarsi come se la M. fosse una federazione e non un partito (ma gli altri si sono adeguati senza problemi a questo andazzo), tanto meno "nuovo", eppure – nonostante tutto – ha rappresentato l’unica, vera, grande novità, sul fronte del centro sinistra, della politica italiana di questi anni. Purtroppo l’estenuante diatriba tra "laici" e "cattolici", tra "prodiani", "rutelliani" e "popolari", tra "dem dem" “neo dem” e "teodem" ne ha logorato il profilo politico e culturale.
L’elettorato se ne è accorto e l’ha tenuta al livello della somma dei "fondatori": più o meno al 10/11%.
Oggi, anche per uscire dalle loro crisi, che li hanno inchiodati a livelli elettorali non certo alti, DS e DL lanciano l’ambizioso progetto di unire i riformisti e ciò è bene , ma guai fingere di non vedere che gli uni non sono stati capaci di portare tutti all’incontro con la "socialdemocrazia" (anzi! se tanto mi dà tanto metà del vecchio PCI non si è "convertito" visto che tra Mussi, Rifondazione e PdCI sono circa al 12%) e senza che gli altri si siano davvero sforzati di costruire – prima di fondersi con un partito comunque fortemente strutturato – un moderno partito, radicato nel territorio e aperto nella sua organizzazione; "liberal" nella sua cultura politica e in cui liberaldemocratici, cristiano-democratici e ambientalisti costituissero l’architrave, l’avanguardia, del "riformismo del futuro"; un partito "attrezzato", quindi, sul piano della cultura riformista e della stessa organizzazione, all’incontro con i DS.
Oggettivamente la Margherita non è questo, anche se nei congressi non bisogna dirlo e forse ho fatto male a dirlo.
Ma tant’è! Chi ha detto a Bodrato, Marini, Castagnetti e c. quasi dieci anni fa, che non c’era futuro per il PPI e che io non avrei consegnato la mia Citttà e la mia Provincia alla destra solo per difendere l’icona del PPI a Biella (badate bene: non gli ideali del popolarismo!) non si spaventa certo di fare il “pierino la peste” all’ultimo congresso della Margherita.
Torno all’inizio.
Non mi stupisce che nella platea del nostro congresso non ci fossero rimpianti; non ci fossero lacrime: bisognava chiuderla in fretta questa partita. Mussi e Fassino sono due fratelli che si dividono; per questo le loro lacrime sono sincere e le loro scelte nobili e vere entrambe.Quali emozioni volete che provino Enzo Bianco o Franceschini; Letta e Rutelli; Pistelli e la Magistrelli nel chiudere la Margherita? Per molti "laici", "popolari", "rutelliani" o quant’altro M. o PD non c’è differenza; se non c’è storia comune vera, sentita, condivisa, non c’è dolore, nè gioia nè memoria.
E forse oggi questo è un bene perchè ciascuno va nel cantiere del PD senza “case” e “casacche”, salvo che qualcuno (i popolari) le vogliano subito ricostruire, nel qual caso si candidano a essere la perenne minoranza del nuovo partito.
Nessun rimpianto, quindi, e nessun paracadute.
Resta il grande problema di costruire lo strumento politico perchè i valori di libertà e di giustizia sociale si facciano sentire nel 21° secolo in Italia e in Europa e che a mio avviso sarebbe stato molto più forte se il progetto della M. si fosse davvero realizzato e se i DS non avessero ancora una volta dovuto rincorrere la storia e l’avessrrto, invece – per una volta – anticipata.
E’ per questo che io, tra i pochi che abbiano creduto davvero nella Margherita, senza nascondermi tutti gli errori e le pochezze di questi sei anni, penso che ci si debba ancora spendere per questo ultimo tentativo di costruire la "casa comune di tutti i riformisti".
Gianluca Susta

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