Pubblicato il 25 ottobre 2007
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A cinque giorni dalla proclamazione ufficiale dei risultati per l’elezione del Segretario regionale del PD del Piemonte credo che sia necessario mettere la parola "fine" alla discussione su chi sarà il Segretario regionale e sugli assetti di vertice del partito.
Ho atteso in questi giorni qualche segnale da coloro che hanno sostenuto Gianfranco Morgando alla segreteria e da Lui stesso che ci facesse comprendere non solo che il risultato impone una gestione condivisa, ma che ne hanno compreso il significato vero.
E’ prevalsa, invece, un’analisi ancorata a una dimensione tutta "torinese" della vicenda, sia dal punto di vista politico sia da quello numerico.
Dal punto di vista politico, perchè tutta la partita è stata descritta in termini di ricerca di nuovi assetti nel sistema di potere torinese, quando invece la vera questione politica riguarda il realizzarsi in Piemonte di un partito che sappia davvero radicarsi nel territorio e inserirsi nel filone del riformismo occidentale ed europeo già tracciato dalle esperienze maturate negli ultimi 15 anni e non solo nella somma delle storie politiche del ’900. Dal punto di vista numerico perchè si è cercato, anche con un supporto mediatico notevole, di trasformare un’elezione indiretta e proporzionale in un’elezione diretta e maggioritaria, delegittimando il regolamento per l’elezione dei delegati e del segretario (definito "poco chiaro" da autorevoli sponsor di Morgando) quando invece è stato proprio quel regolamento poco chiaro, con l’obbligo del collegamento delle liste a un candidato, a consegnare la vittoria a Morgando (che con le sue liste ha preso 25.000 voti meno di me) grazie all’apporto della "lista Bindi". Poco o nulla ci è stato concesso rispetto al fatto che prevaliamo in 6 province su 8 e in 17 collegi contro 16 (dati che la dicono lunga sul nostro maggiore radicamento e sulla nostra complessiva maggiore rappresentatività democratica e territoriale), che pareggiamo nel numero dei seggi, se non un generico riconoscimento della "spaccatura del partito".
Questo riconoscimento era indispensabile perchè potessi accettare una segreteria condivisa, paritaria, pienamente consapevole del sostanziale "pareggio" verificatosi, come quella propostaci da Walter Veltroni e peraltro non accettata da Gianfranco Morgando.
Questa mancanza di riconoscimento mi impedisce di condividere in altri modi la segreteria regionale, non essendo io alla ricerca di una "carica", comunque definita, che sancisca "formalmente" un ruolo che è nei fatti sancito dal voto di 76.000 piemontesi, peraltro mai da me ritenuti sufficienti per pretendere la segreteria stessa.
Per contro la piena consapevolezza, manifestata immediatamente dopo il voto, che questa "fragile creatura" che è il PD, in questa delicata fase transitoria costituente, richieda la massima unità possibile non può certo suggerire nè a me nè a chi mi ha sostenuto di continuare in un "palleggiamento" che non fa parte del mio e del nostro modo di essere.
Ritengo, quindi, che per garantire la massima unità possibile in questa fase sia già importante e comunque sufficiente che il Segretario politico, Gianfranco Morgando, il Presidente dell’Assemblea Costituente, che concordemente avevamo già individuato (comunque fosse andata a finire) in Sergio Soave e il sottoscritto, a cui fa riferimento il 50% dei delegati eletti, costituiscano un "Ufficio politico" provvisorio a cui affidare, fino al congresso, le decisioni che dovranno essere assunte intorno alle questioni politiche più importanti e che non potranno che essere condivise all’unanimità.
Ritengo altresì che un esecutivo non pletorico, di 7/8 persone (oltre alle tre già citate), tra cui due vicesegretari, che rispetti anche la rappresentanza di genere, possa garantire l’azione unitaria del partito regionale, a incominciare dall’elezione dei gruppi unici a tutti i livelli (regionale, provinciale e locale), in stretto rapporto con l’assemblea costituente (che avrà il compito di scrivere le regole statutarie) e in coerenza con la visione di un partito federale che rispetti l’autonomia delle singole realtà provinciali.
Mi auguro che su queste basi, che evidenziano la nostra disponibilità concretamente proponibile in questa fase, si possa al più presto procedere evitando così di dover andare al buio in Assemblea con tutto quel che ne consegue.
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Pubblicato il 25 ottobre 2007
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Pubblicato il 25 ottobre 2007
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Pubblicato il 25 ottobre 2007
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Colgo innanzitutto l’occasione per ringraziare il segretariato del gruppo ALDE e del Parlamento per il sostegno ed il supporto che mi hanno dimostrato e gli onorevoli colleghi per l’ottimo lavoro svolto e per essere riusciti a mantenere fino alla fine l’unità della nostra istituzione. Questa è stata secondo me il grande punto di forza del Parlamento in questa battaglia per l’accesso ai farmaci ai paesi più bisognosi, paesi in via di sviluppo e paesi meno sviluppati.
Il diritto alla salute e l’accesso alla sanità a prezzi accessibili sono dei diritti essenziali che dovrebbero essere garantiti a tutti i cittadini. Purtroppo sappiamo bene che non è sempre così, troppo spesso i prezzi imposti dall’industria farmaceutica sono troppo elevati con la conseguenza di mettere i paesi più bisognosi in difficoltà.
Per questo motivo, come ho già affermato a più riprese, sia in sede di commissione per il commercio internazionale che di seduta plenaria, il Parlamento non poteva accettare ad occhi chiusi il Protocollo all’Accordo TRIPS come se fosse una panacea universale e considerare risolta la questione. Il Parlamento voleva che almeno all’interno dell’Unione europea si facesse di più. Perchè l’Unione europea può e deve fare di più.
Anche alla luce degli spiacevoli eventi estivi, quali lo scambio di lettere con la Tailandia, anche se poi parzialmente risolti, il Parlamento europeo, che è da sempre un grande sostenitore dell’uso di tutte le flessibilità previste dall’accordo TRIPS, non poteva dare il via libera alla ratifica del Protocollo senza ottenere da parte della Commissione e del Consiglio delle garanzie reali ed effettive.
Ritengo che sia giusto sottolineare che in questi mesi di stretta collaborazione con la Commissione ed il Consiglio abbiamo sicuramente raggiunto un traguardo importante per l’Unione europea quale quello di portare un dossier tecnico in cima all’agenda politica europea.
Credo che il risultato ottenuto sia definibile un successo non solo per questo motivo, ma anche e soprattutto in quanto siamo riusciti ad avanzare in aspetti molto delicati quali
1) l’incoraggiamento all’uso delle flessibilità previste dall’accordo TRIPS affinché si possa favorire l’accesso alle medicine essenziali a prezzi ragionevoli nel quadro dei rispettivi programmi nazionali di salute pubblica.
Mi compiaccio particolarmente per il riferimento esplicito, contenuto nella dichiarazione del Consiglio che ci è stata presentata lunedì, all’articolo 30 dell’accordo TRIPS. Per il mio gruppo rappresenta una garanzia ed una rassicurazione del fatto che gli Stati membri possono usare questo strumento senza correre il rischio di subire pressioni e per garantire un più facile accesso ai medicinali nei paesi più bisognosi.
2) Inoltre mi rallegro per i risultati ottenuti in materia di TRIPS +, ossia di quelle previsioni più onerose rispetto a quelle previste dall’accordo TRIPS. È infatti interpretazione comune del Parlamento, del Consiglio e della Commissione che non si negozi nei futuri accordi bilaterali o regionali con i paesi in via di sviluppo previsioni che possano avere conseguenze negative sulla salute e sull’accesso ai farmaci. Ciononostante, pur avendo apprezzato lo sforzo della presidenza portoghese vorrei chiedere la disponibilità a migliorare ulteriormente il testo della dichiarazione nel passaggio in cui si fa riferimento ai paesi in via di sviluppo poveri in quanto tale riferimento può creare confusione dal momento che oggi per prassi si fa riferimento solo ai paesi in via di sviluppo e alla categoria dei paesi meno sviluppati. Inserire una nuova categoria complicherebbe la situazione. Soprattutto, è importante sottolineare che tutti i paesi in via di sviluppo e quindi anche paesi quali il Brasile l’India etc. devono poter godere del sistema attuale senza correre il rischio di vedere in futuro introdotte delle norme peggiorative.
3) Last but not least mi sembra molto importante sottolineare gli sforzi fatti fino ad oggi in materia di trasferimento di ricerca e di sviluppo tecnologico a favore dei paesi del sud del mondo. Ricordo a tal proposito le proposte per la creazione di due voci di bilancio presto al vaglio del Parlamento europeo sul finanziamento di progetti in paesi del sud del mondo.
Il gruppo ALDE è pronto a dare il suo parere conforme perchè ritiene che un no rappresenterebbe un segnale negativo verso i paesi più bisognosi e non sarebbe un atteggiamento responsabile da parte dell’Unione europea dal momento che la riapertura del negoziato in sede di OMC non è realistico. Ciò non toglie, comunque, che continuiamo ad avere delle riserve sull’efficacia del meccanismo studiato e approvato in sede di OMC. Per questo motivo ci tengo a ribadire che l’Unione non deve fermarsi qui. Il Parlamento, nei limiti dei suoi poteri, farà di tutto per assicurarsi che le garanzie che ci sono state date in questi mesi vengano poi rispettate anche in pratica.
A questo proposito mi piacerebbe essere rassicurato dalla Commissione, che nella sua lettera ha ribadito che non intende negoziare disposizioni TRIPS +, che eliminerà dal progetto di Accordo di partenariato economico con i paesi dei Caraibi la richiesta di rispetto o accettazione degli obblighi del Trattato di cooperazione in materia di brevetti, del Trattato sul diritto dei brevetti e delle disposizioni in materia di proprietà intellettuale della direttiva 2004/48/CE sull’enforcement che sono inequivocabilmente delle disposizioni di tipo TRIPS +.
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Pubblicato il 25 ottobre 2007
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Pubblicato il 20 ottobre 2007
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Rwanda on 19 July 2007 became the first country to inform the WTO that it is using the 30 August 2003 decision designed to ease the way for countries with public health problems to import cheaper generics made under compulsory licensing elsewhere when they are unable to manufacture the medicines themselves (often referred to as the "paragraph 6 system", i.e. implementing paragraph 6 of the Doha Declaration on the TRIPS Agreement and Public Health).
> News item:
http://www.wto.org/english/news_e/news07_e/public_health_july07_e.htm
> More on TRIPS and public health:
http://www.wto.org/english/tratop_e/trips_e/pharmpatent_e.htm
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BREVETS ET SANTÉ: L’OMC REÇOIT LA PREMIÈRE NOTIFICATION AU TITRE DU SYSTÈME DÉCOULANT DU PARAGRAPHE 6
Le 19 juillet 2007, le Rwanda est devenu le premier pays à informer l’OMC qu’il recourait à la Décision du 30 août 2003 destinée à faciliter l’importation de produits génériques meilleur marché fabriqués ailleurs dans le cadre d’une licence obligatoire, par les pays confrontés à des problèmes de santé publique qui sont dans l’incapacité de fabriquer eux-mêmes ces médicaments (ce mécanisme est souvent dénommé le "système découlant du paragraphe 6" car il met en œuvre le paragraphe 6 de la Déclaration de Doha sur l’Accord sur les ADPIC et la santé publique).
> Nouvelle:
http://www.wto.org/french/news_f/news07_f/public_health_july07_f.htm
> Pour en savoir plus sur les ADPIC et la santé publique:
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PATENTES Y SALUD: LA OMC RECIBE LA PRIMERA NOTIFICACIÓN EN VIRTUD DEL "SISTEMA DEL PÁRRAFO 6"
El 19 de julio de 2007, Rwanda fue el primer país en comunicar a la OMC la aplicación de la Decisión de 30 de agosto de 2003, concebida para facilitar a los países con problemas de salud pública la importación de medicamentos genéricos más baratos fabricados al amparo de licencias obligatorias en otros países, en caso de que no sean capaces de fabricarlos por sí mismos (lo que habitualmente se denomina "sistema del párrafo 6", es decir, por el cual se aplica el párrafo 6 de la Declaración de Doha relativa al Acuerdo sobre los ADPIC y la Salud Pública).
> Noticia:
http://www.wto.org/spanish/news_s/news07_s/public_health_july07_s.htm
> Más información sobre los ADPIC y la salud pública:
http://www.wto.org/spanish/tratop_s/trips_s/pharmpatent_s.htm
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Pubblicato il 20 ottobre 2007
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In un recente articolo su "La Voce del Popolo" di Torino si manifestano forti preoccupazioni verso la capacità del PD di poter rappresentare, nella loro complessità, i valori cattolici e di contenere culturalmente le spinte radicali della sinistra massimalista. Questo scritto non dice quali possano essere le conseguenze, ma appare chiaro che il rischio che larga parte dei cattolici vadano "a destra" non solo è paventata, ma forse data addirittura per scontata.
Sono problemi veri che meritano risposte "adulte", vale a dire non dettate da un’immediata esigenza di monetizzare il consenso o di fronte alle quali "sgattaiolare" rimandandole……a tempi migliori.
Questa è una società così complessa, disarticolata, frammentata, in tanti casi liquida e vuota, che nessuno – tanto meno noi cattolici! – può chiamarsi fuori da una parte di responsabilità.
Il "grido di dolore" che sale dal mondo cattolico rispetto alle forme più acute di disgregazione non è più forte e più vero di quello di tanti – credenti e non – che cercano di aiutare i giovani a dare un senso alla vita e alle istituzioni di favorire una coesione sociale positivamente orientata e ispirata anche a quello che Moro chiamava il bisogno di "un nuovo senso del dovere".
Il PD è fortemente impegnato a dare un timone riformista al centro sinistra. I Democratici di sinistra hanno pagato una scissione per costruire con la Margherita e altri soggetti politici un partito nuovo che possa lberarsi dal ricatto della sinistra massimalista che non vuole farsi carico del difficile compito di "governare"; che sappia innovare e "ripulire" la politica; che sappia risanare l’economia e riformare lo Stato sociale senza lasciare cadaveri dietro di sè. E’ un progetto ambizioso che si intreccia con un bisogno sempre più diffuso di sicurezza, con il lavoro precario, con l’insufficienza dei redditi, con gli sconvolgimenti della globalizzazione.
E’ un progetto che merita attenzione e rispetto e che il mondo cattolico deve guardare con severità, ma anche con la sapiente e prudente guida della carità, almeno pari (ci accontentiamo di poco!) alla carità e qualche volta alla compiacenza con cui ha guardato al governo Berlusconi.
Non sono i "DICO" oggi o la legge sul divorzio ieri che hanno sfasciato la famiglia.
Non è la legge (ormai quasi trentennale) sull’aborto che ha diffuso una cultura di morte.
Non sono le leggi di Treu e di Biagi che hanno creato la precarietà.
Un partito che "laicamente" si pone alla guida di una comunità nazionale deve impegnarsi per favorire tutte le forme di stabilizzazione che impediscano alla società di lacerarsi.
Impegnarsi per tutelare la famiglia non può voler dire non riconoscere altre forme diverse di convivenza civile e i diritti individuali che ne derivano.
Porsi come obiettivo primario il lavoro stabile non significa non farsi carico delle flessibilità di cui le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, hanno bisogno.
Un partito che mira a guidare la società contemporanea non può delegare alla mera somma del voto di coscienza dei singoli questioni etiche che toccano da vicino i confini della vita e della morte, la legittimità dell’uso delle tecnologie, ma deve, con lo sforzo culturale e con il dialogo, farsi interprete di problemi sempre più urgenti quali il confine tra cura e accanimento terapeutico; aiuto alla vita e interruzione della gravidanza; stabilizzazione del lavoro e flessibilità; impegno per far capire quanto sia importante per la società e non solo per le persone individualmente intese la stabilità del rapporto tra uomo e donna che dà vita alla famiglia, ma anche quanto possa essere utile non disconoscere e marginalizzare i diritti delle persone coinvolte in altre forme di convivenza, evitando esclusioni, disparità di trattamento o forme palesi e occulte di persecuzione.
Sono i problemi di una società secolarizzata e complessa, in cui convivono più "morali" e in cui non basta più nè invocare il diritto naturale nè la prevalenza di alcune culture su altre.
A questa "tavola" della democrazia italiana noi cattolici dobbiamo sederci con le nostre radicate convinzioni, ma anche con la nostra doverosa disponibilità a capire quelle degli altri e ad attingere alla radicalità del messaggio evangelico il senso della nostra presenza, che nella sfera civile si estrinseca innanzi tutto nella liberazione dai bisogni essenziali che costringono alla diseguaglianza fasce ancora troppo ampie di popolazione; nella "opzione preferenziale per i poveri" sul piano sociale, sapendo anche mettere in discussione le convinzioni cristallizzate che la storia ci consegna (oggi esistono nuovi poveri e nuovi impoveriti che ieri apparivano "nemici di classe"); nella costruzione dell’Europa unita e nella cessione di sovranità agli organismi internazionali condivisi quale condizione essenziale per la pace nel mondo; nella difesa di una democrazia partecipativa che contrasti le derive leaderistiche ma che favorisca la governabilità di cui il bipolarismo è un’architrave; nella lotta per la legalità e i diritti di cittadinanza di tutti, che sono la precondizione per un diffuso senso di sicurezza; nella convinzione che per redistribuire la ricchezza bisogna prima produrla e che, quindi, è necessario un patto tra "produttori" (lavoratori e imprenditori) senza il quale noi consegneremo alla destra il grosso di una classe media, sempre più sfilacciata, impaurita e poco considerata.
Penso che intorno a questi obiettivi si possa, a testa alta, chiedere l’attenzione verso il PD da parte dei cattolici liberi da ogni nostalgia verso un "partito cattolico" che dopo la caduta del muro di Berlino non ha più ragione di essere, al pari di quello che avviene in Europa e nella grande democrazia americana dove i cattolici sono democratici o repubblicani; laburisti o conservatori; socialisti o democristiani a seconda della loro personale convinzione rispetto ai programmi che questi partiti propongono e in cui la Chiesa, forse anche perchè convive con altre Chiese o Confessioni che ne hanno condizionato i comportamenti verso le istituzioni, svolge una funzione di stimolo, di indirizzo, di monito, di preparazione "delle" e "alle" coscienze ma non impone "disciplina" ai cattolici impegnati in politica e non si lascia sedurre dalle sirene di chi, secondo una vecchia concezione clerico-moderata, propone il baratto tra sostegno politico e concessioni su alcune questioni che stanno a cuore alla Chiesa come è avvenuto durante il governo Berlusconi. E’ chiaro che su questo fronte – almeno per un cattolico liberale come me – la lezione degasperiana va rimeditata da tutti, anche dalla Conferenza Episcopale Italiana, perchè ripartendo da lì possiamo evitare che laicismo anticlericale e clericalismo siano ancora i parametri di un desueto confronto che non sarebbe foriero di bene per il Paese.
Gianluca Susta
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