Era prevedibile che le mie dichiarazioni, rilasciate a seguito dell’elezione dei 10 segretari provinciali del PD, non passassero inosservate.
Ritengo però che meritino qualche integrazione/spiegazione.
La prima.
Non c’è dubbio che occorra entrare nel PD superando – come sottolineano Roberto Placido e Stefano Esposito – le categorie ex DS ed ex DL.
Non possiamo però essere così ingenui da non pensare quale sarebbe stata la reazione del mondo della sinistra “storica” se 8 segreterie provinciali su 10 fossero andate, per esempio, a cattolici democratici, laici e liberali.
La seconda.
Fin dai primi dati ufficiosi ho detto che Morgando avrebbe fatto il segretario; non ho mai lavorato perchè le verifiche di metà legislatura in Consiglio regionale potessero diventare l’occasione per una “vendetta”; non ho certo pressato i “miei” sul territorio perchè escludessero i “morgandiani” dalla definizione degli assetti provinciali.
Ero e resto convinto che la fase costituente debba essere caratterizzata da forte tensione unitaria, dalla preoccupazione di garantire le minoranze, dalla definizione di regole condivise e da una gestione che sia il riflesso della natura plurale del partito, specie in quelle realtà – come Torino – dove c’è una distonia evidente tra chi riscuote il maggior consenso nell’opinione pubblica e chi è stato eletto alla guida del partito.
Avevamo insistito, Sergio Soave ed io, perchè almeno una Presidenza “torinese” andasse alla “minoranza”, come espressione convinta della voglia di unità, ma abbiamo trovato un muro: questa è la verità e solo il buon senso – e senza scatenare polemiche prima dell’appuntamento di sabato scorso – ci ha guidati nell’impegno ad assumere la nostra parte di responsabilità nella gestione del partito in questa fase.
La terza.
E’ semplicemente ridicolo sintetizzare la mia preoccupazione sul PD piemontese come ha fatto oggi LA STAMPA.
Io sono fortemente preoccupato di un PD che non nasce con le caratteristiche di un partito “plurale”; sono preoccupato di un partito in cui, in molte realtà, è prevalsa la logica dei numeri sulla politica (V. Cuneo, ma non solo); sono preoccupato di un partito in cui l’approcio della “maggioranza” nei confronti della “minoranza” in vista delle assemblee di sabato è stato “prendere o lasciare” (V. Torino e provincia). “Preoccupato”, non “stufo”!
E neanche “defilato”, anche se questa osservazione merita qualche riflessione in più.
Non vivendo e operando a Torino non ho mai avuto l’abitudine di scambiare le redazioni dei giornali per il mio “ufficio stampa”, nè ho mai inteso le pagine regionali di grandi quotidiani come dei “bollettini” ad esclusivo o quasi uso interno del dibattito tra il ceto politico torinese. Controvoglia mi sono adeguato a questo sistema nel corso della cosiddetta campagna elettorale, ma me ne sono – questo sì! – “defilato” non appena finita, lasciando ai giornali (non a me) il compito di riferire e commentare quanto andavamo facendo nella (lunga) fase di definizione degli “assetti”. Solo al termine, dopo che ero oggettivamente e volutamente “scomparso” dalla cronaca quotidiana della politica torinese (salvo una breve apparizione due o tre giorni prima delle assemblee) ho ritenuto di dire la mia (molti altri avevano nel frattempo commentato, divulgato illazioni, riferito di “tradimenti” di Tizio o di Caio, discusso e litigato su gossip veri o presunti). Mi rendo conto che la politica di oggi è anche (per qualcuno soprattutto) comunicazione. Ho sempre fatto fatica (chi mi è stato vicino lo sa) a comunicare anche quello che facevo, da Sindaco o da Vicepresendente della Regione, figuriamoci se riesco a inventarmi qualcosa pur di essere sulle pagine dei giornali (ai quali, poi, interessa molto poco quello che un politico fa di concreto; ne so qualcosa nella mia esperienza di europarlamentare)! Credo però che il quadro che è emerso a livello regionale e provinciale del PD meritasse di essere evidenziato e se l’ho fatto è perchè al PD io tengo, anche se non mi piacciono la deriva plebiscitaria che sta prendendo a Roma (non mi è mai capitato di vedere una direzione “nominata” dal segretario!) e quella poco plurale a Torino.
E vengo alla quarta riflessione, pù personale e che coinvolge il mio rapporto con l’area che mi ha sostenuto e il mio ruolo.
Queste settimane (rese anche un po’ complicate dal voto in Senato sulla finanziaria che ha reso comprensibilmente difficile un fluido rapporto con Gianfranco Morgando) sono state dedicate alla definizione degli assetti, impegno antipatico, ma necessario, in cui Sergio Soave ed io abbiamo lavorato bene insieme e non è mancato il confronto, pressochè settimanale, con molti esponenti delle liste e delle aree politiche e culturali che mi hanno sostenuto. Per qualcuno questo impegno è forse insufficiente, ma è quanto è a me possibile volendo interessarmi anche del resto del Piemonte e dovendo svolgere il mandato europeo con l’impegno che lo ha contraddistinto fino ad oggi e che solo l’elezione a segretario avrebbe potuto farmi rivedere.
Avverto anch’io l’esigenza di un consolidamento e di una maggiore organizzazione di questa area.
I sostenitori di Morgando amano definirsi una “coalizione”. Non stento a credere che per loro non possa essere che così. Faccio fatica, infatti, a immaginare popolari e prodiani incardinati in un’unica “componente” con la “sinistra”, che abbia un unico leader e riferimenti comuni ben precisi a livello nazionale.
“Noi” non vorremmo essere solo una coalizione, nè io ritengo di poterne essere “il” “leader”. L’”uomo solo al comando” non appartiene al mio modo di essere, come non ritengo che l’assemblearismo possa sostituire la “delega partecipata” a cui chi ha più responsabilità è stato chiamato. Personalmente, al massimo, posso essere il “primus inter pares”, come logica conseguenza delle primarie. Ritengo che occorra avere precisi riferimenti sul territorio e che si debba dare vita ad una “cabina di regia” politica che indirizzi il nostro lavoro negli organi regionali provvisori che, da domattina, entreranno finalmente in funzione e che attribuiranno responsabilità precise a donne e uomini che affiancheranno me e Sergio Soave in questa fase. Ma una aggregazione che non voglia essere solo una “coalizione” richiede anche un’omogeneità culturale e politica più definita di quella attuale. Ero e resto convinto che le nostre aree fossero più in sintonia di quelle dell’altra “coalizione” con le esigenze riformiste della società che cambia; che ne recepissero meglio il bisogno di novità; che percepissero meglio il bisogno di un “nuovo riformismo” stante la crisi che il socialismo europeo ci consegna.
Ma il tutto – mi rendo conto – è ancora insufficiente e ad esso si aggiunge, a Torino, l’effetto della piena consapevolezza, resasi evidente sabato scorso, delle conseguenze della “sconfitta”. Non vorrei però che la difficile “metabolizzazione” a Torino del risultato del 14 ottobre nell’area che mi ha sostenuto facesse smarrire la consapevolezza che altrettanto centrale deve essere l’impegno (che mi ha coinvolto in molte province nelle settimane scorse) che dobbiamo mettere nel “Piemonte 2”, che resta “il” problema politico del centro sinistra e in cui più che altrove l’opinione pubblica guarda a come si muove il PD per capire se è affidabile in vista delle amministrative e delle europee del 2009. Mentre a Torino il dovere del partito deve essere quello di “ricucire” un rapporto tra vertici istituzionali e struttura del partito per evitare che le lacerazioni del prima e dopo primarie influiscano su un consenso consolidato che solo noi possiamo compromettere, nel resto del Piemonte non è sufficiente costruire l’unità del PD nelle singole province (per quanto auspicabile), ma è necessario dare risposte politiche ed istituzionali che facciano capire a un elettorato disamorato che il centro sinistra sa rispondere alla crisi di fiducia che le elezioni di Novara, Asti, Alessandria e Vercelli hanno palesato.
Il PD e la nostra “area” dentro al PD devono avere questa come preoccupazione prevalente proprio perchè non dalle nostre dinamiche interne dipende la soluzione dei principali problemi, ma dal modo in cui noi ci rapportiamo con coloro che hanno perso fiducia nel centro sinistra. Alla soluzione di questo problema debbono andare le mie principali energie nella fase nuova che si apre e mi auguro che nella collegialità che sapremo costruire troveremo anche le ulteriori ragioni del nostro stare insieme.
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